Si chiama Laboratorio delle Idee e punta a riaggregare la città a partire dai giovani, che ne sono inventori e protagonisti. Un metodo che ridisegna l’idea tradizionale di formazione e di impegno civile

di Sergio MASSIRONI

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Nessun prete pilota: semplicemente giovani che hanno anticipato gli inviti di Francesco a scendere dal balcone o ad alzarsi dal divano per implicarsi con la propria città. Un mix di eleganza e informalità, libertà e rigore, accoglienza e attenzione: è il Laboratorio delle Idee, nato nel 2008 come condivisione di spazi domestici per dialoghi tra studenti e figure simbolo del mondo culturale, economico e politico. Nel 2012 sorge un’associazione tra gli amici della prima ora: si struttura e si apre, in una crescita formidabile di partecipazione e di interesse.
Mi propongo di capire meglio e arrivo all’incontro con Diana Said e Andrea Brugora, membri del consiglio direttivo, pochi giorni fa. Ne nasce un’ampia intervista, pubblicata integralmente da L’Osservatore Romano: ve ne propongo qualche squarcio. Anzitutto chiedo perché laboratorio? «La verità si trova in un percorso – spiega Andrea – e le idee, per emergere, richiedono un lavoro che non si lasci sedurre dall’era della velocità. Soprattutto, abbiamo capito che non bastano gli eventi, che in molti sanno già realizzare, per mirare alla produzione di un pensiero originale, che abbia un impatto concreto».
Diana racconta che si lavora nei team «sul tema da proporre, su interrogativi e chiavi di lettura con cui accostarlo; si arriva poi a costruire la manifestazione in tutti i suoi aspetti». Decisivo però è «il post evento: portare a fruttificare quanto ascoltato nella ripresa comune. Di qui l’annuario dell’Associazione, gli articoli, il sito, nuovi dialoghi».

Domando che cosa li abbia legati, quale forza li muova. «All’inizio – spiega Andrea – il desiderio dei fondatori di mettere in comune delle convinzioni, sentite trascurate nel dibattito pubblico: bombardati da infiniti stimoli, approfondire e portare avanti idee precise. Il metodo del laboratorio si è rivelato però più ampio ed è stato la vera scoperta: esalta la fase di ridefinizione, concilia apertura mentale e volontà di arrivare a un pensiero non qualunquista, non insipido».
Il metodo e l’amicizia, comunque, sono i due leganti anche oltre le attività associative.
Brugora è netto: «Facciamo parte della generazione che affronta la situazione più difficile da quasi un secolo. Esistono giovani che possono portare un punto di vista di qualità, d’impatto, innovativo, proprio perché hanno una forma mentis e una percezione del mondo adeguata ai cambiamenti in corso: hanno voglia di mettersi a lavorare. Gettiamo un ponte tra sfide e persone desiderose di rispondere. Learning by doing è l’atteggiamento, diverso dalla scuola di formazione vecchio stampo: si impara solo impegnandosi insieme».
Sugli adulti Diana è positiva: «Riconosciamo nelle altre generazioni maestri da cui imparare e con cui confrontarci. Per questo le cerchiamo: invitiamo chi ci incuriosisce per il suo lavoro o le sue idee». Aggiunge Andrea: «Certo, ci confrontiamo con una struttura sociale che riceviamo complessa, lenta, stratificata e fatichiamo a contare su presenze adulte costanti: prevalgono comparse e interventi spot, mentre cerchiamo maestri che si affianchino e ci consiglino in questa crescita vertiginosa».

Secondo Said «oggi ad addormentare i più è lo scoraggiamento: si sta zitti e rassegnati, perché si è fatto difficile lo scambio. Come amici stiamo provando ad andare controcorrente, proponendoci con delle idee: la verità deve emergere venendo posta, dibattuta e così condivisa. Le correnti di pensiero sono quasi sempre minoranze: noi vogliamo che maggioritario sia il pensare insieme; così prende forma un popolo».
Andrea: «Sono i contenuti a togliere ogni imbarazzo: si può stare nella società secolarizzata e proporre il papa, perché le sue parole sono pertinenti. Oggi si stigmatizzano personaggi, provenienze, culture valoriali. Noi citiamo chi offre un punto di vista di valore, contro la libertà di dire qualunque cosa senza risponderne. Laicità comporta luoghi dove convivano dinamicamente tutti i punti di vista rispettosi, sostenibili, solidi. A Milano le figure che hanno generato un popolo laicamente vivace e positivo si sono susseguite e questo si vede, si sente». Il futuro non si costruisce con gli slogan: ai giovani è molto chiaro e il loro impegno è una promessa.