Nella sera del 4 ottobre ’18 all’Istituto Palazzolo è morto don Giovanni Barbareschi, protagonista della Resistenza cattolica, animatore delle Aquile Randagie, curatore testamentario di don Gnocchi e amico del cardinale C. M. Martini

Silvio Mengotto

Barbareschi_Ambrogino

In occasione del 60° anniversario della Liberazione , l’Ambrosianeum e l’Azione Cattolica Ambrosiana organizzarono un convegno e la mostra I cattolici e la Resistenza. Marco Garzonio e Fabio Pizzul – allora presidente dell’Azione Cattolica – mi incaricarono di organizzare e allestire la mostra. Fu in quella occasione che ho conosciuto personalmente don Giovanni Barbareschi. Una mattina mi invitò a casa sua in via Statuto 6, secondo piano. Con un sorriso mi accolse nel suo appartamento dove orgogliosamente aveva disposto sulla scrivania dei preziosi documenti per la mostra: volantini clandestini, fotografie, tessere delle Fiamme Verdi, copie originali di il Ribelle, giornali e riviste sovversive, timbri falsi per l’espatrio in Svizzera. Nell’aprile del 2009 l’Ambrosianeum organizzò un nuovo convegno Le suore e la Resistenza. Nell’intervento di chiusura don Barbareschi disse: «Vorrei far nascere in ciascuno di voi il proposito di darvi da fare, di intervenire presso le istituzioni civili perché là dove c’è stato un convento, un istituto di religiose che ha fatto qualcosa nella Resistenza e per la Resistenza, quel Comune, quel paese, trovi modo di intitolare una sua strada alle «Suore della Resistenza».

Don Giovanni Barbareschi, sacerdote ambrosiano, è stato protagonista della Resistenza cattolica tra i preti “ribelli per amore”, Giusto tra le nazioni e Medaglia d’argento della Resistenza, curatore testamentario di don Gnocchi e amico del cardinale C. M. Martini. Partecipò alla nascita de Il Ribelle, giornale che «esce quando può». Rischiando la vita si impegnò con le Aquile randagie, poi Oscar, per portare in salvo ebrei, militari alleati e ricercati politici in Svizzera.

La vocazione alla libertà è stato il suo cammino. «L’importante nella vita – diceva don Giovanni Barbareschi – non è ciò che fai, ma ciò che sei. Io che sono prete non voglio diventare santo. Voglio diventare un uomo libero». Questo il motivo che lo spinse, come cappellano militare, tra i partigiani delle Fiamme Verdi. In una intervista dell’aprile 2005 don Barbareschi dice: «è stato fondamentale l’oppormi a ciò che era disumano, perché era disumano togliere la libertà, catturare un ebreo perché ebreo, o catturare un renitente alla Repubblica di Salò perché non ne condivideva le idee. Il mio vero motivo è stato oppormi a ciò che era disumano in difesa dell’uomo e ripeto dell’uomo. Intendo dire di ogni uomo. L’intenzione di fondo è stata l’esigenza di portare aiuto. Quando un uomo chiede aiuto quell’uomo va aiutato, va salvato. Da qui è nata l’esigenza di fare documenti falsi, di aiutare i passaggi in Svizzera. Ne abbiamo fatti tanti. Ci siamo uniti in un piccolo gruppo (Oscar) e ci siamo aiutati l’un l’altro tra noi per aiutare gli altri».

Un aiuto libero, che non selezionava nessuno «perché – continua don Barbareschi – erano uomini. La prova più vera, che per noi erano solo uomini che avevano bisogno di aiuto, e che dopo il 25 aprile la stessa organizzazione che prima aveva salvato, aiutato, fatto documenti falsi per gli ebrei o i renitenti alla leva di Salò, a poi aiutato i tedeschi. Ricordo di avere aiutato chi in carcere a San Vittore mi aveva perseguitato e torturato. Sono contento di averlo aiutato per impedire che la massa si scatenasse contro di lui». Per avere dato protezione a una famiglia di ebrei don Barbareschi venne incarcerato a San Vittore dove sarà aiutato dalla beata suor Enrichetta Alfieri. Durante quella durissima detenzione don Barbareschi ricorda un particolare episodio. «Ero detenuto al carcere di San Vittore raggio V, dove i detenuti avevano tutti molta paura degli interrogatori dove si torturava. La paura era quella di non resistere e di parlare, fare nomi di compagni che erano con noi nella lotta, ma che ancora non erano stati incarcerati. Quando torni da un interrogatorio sappi che tutti quelli del raggio ti stanno guardando. Se non avevi parlato alzavi il braccio destro. Questo era il gesto convenuto. Quella volta la tortura era stata particolarmente dura, non avevo la forza di alzare il braccio. Dopo l’interrogatorio  entrai nel raggio V e cercavo di alzare il braccio ma non riuscivo, solo un piccolo movimento. In quel  momento in tutto il raggio scattò un applauso strano. Presero le forchette, i cucchiai battendoli contro la gavetta. Fu un concerto meraviglioso, a me serviva capire che non avevo rivelato nessun nome e i detenuti potevano stare tranquilli».