Appena ti addentri, da educatore, nel compito che ti sei assunto, scopri certamente di essere in una avventura, dai confini poco definiti, dalla conclusione molto incerta… come si può assumere un compito così arduo?

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Sogna, ragazzo sogna, 
piccolo ragazzo 
nella mia memoria, 
tante volte tanti 
dentro questa storia: 
non vi conto più; 
sogna, ragazzo, sogna, 
ti ho lasciato un foglio 
sulla scrivania, 
manca solo un verso 
a quella poesia, 
puoi finirla tu.

Nell’ultima strofa della bellissima canzone di Roberto Vecchioni, dal titolo “Sogna ragazzo sogna” ritroviamo un condensato di parole che aiutano a intuire il bellissimo e al tempo stesso “quasi impossibile” compito dell’educazione che, sinteticamente, potremmo definire così: permettere a ciascuno di essere se stesso!

Ogni ragazzo, ogni ragazza ha il diritto di essere accompagnato a diventare libero e capace di scegliere, deve poter giudicare tra il bene e il male che non sempre ne portano così chiara l’evidenza, deve saper affrontare la fatica della vita, necessaria per raggiungere la pienezza. Questo succede se sulla propria strada si incontrano adulti che indicano una via, lasciano tracce sul cammino, offrono spazi di rielaborazione, permettono di rialzarsi dopo le innumerevoli cadute, danno continuamente fiducia perché ogni giovane scriva la propria storia. Se si guarda con un po’ di distacco il compito educativo non può non risultare entusiasmante, avvincente, perché assomiglia ad una avventura per certi versi intrigante, misteriosa, piena di colpi di scena, di imprevisti: sono gli ingredienti di un romanzo ben fatto o di un programma televisivo ben costruito.

Ma non è finzione! Appena ti addentri, da educatore, nel compito che ti sei assunto, scopri certamente di essere in una avventura, dai confini poco definiti, dalla conclusione molto incerta… come si può assumere un compito così arduo? Non c’è nessuna legge certa in educazione, nessun risultato già scritto, nessuna frase o atteggiamento che non sia soggetto al fraintendimento da parte dell’educato. Educare è scommettere che, non si sa bene quando e come, l’accoglienza e il rispetto dell’altro, tradotti in atteggiamenti, parole, gesti, daranno frutti. Chi dell’educazione fa non solo una scelta di vita, in ogni tipo di relazione umana, ma anche professionale, deve essere dotato (nel senso etimologico del termine, ovvero “portare in dote” qualcosa che a sua volta ha ricevuto) di alcune consapevolezze e sostenuto costantemente perché non perda la fiducia nella sua azione volta al futuro. Se, dunque, il lavoro educativo non si regge sui risultati, vediamo su quali “certezze” si può fondare

Per fare un uomo ci voglion vent’anni: il tempo necessario

Il primo spunto lo prendiamo da un canzone di Francesco Guccini, spesso cantata con i Nomadi, in cui, tra l’altro, si evidenzia il tempo necessario all’educazione;  la frase successiva diceva infatti: “per fare un bimbo un’ora d’amor”, che, evidentemente, non esaurisce il compito educativo. Tutti riconosciamo nella nostra esperienza personale quante scoperte, quante novità abbiamo incontrato nella nostra vita prima di avere chiara la nostra identità, situazioni non tutte contrassegnate dal segno positivo, anzi! Il tempo accompagna le trasformazioni del nostro corpo, la maturazione dell’intelligenza, la manifestazione delle emozioni, gli incontri con persone ed esperienze che sempre più ci aprono al mondo intero, ad altre culture. È un tempo che non si può lasciare alla gestione di ciascun individuo, ma nemmeno può essere un tempo di semplice inquadramento o di consegna di “istruzioni per l’uso”, ma ritorneremo più avanti su alcune scelte necessarie in educazione. È quindi palese che l’educazione ha bisogno di tempi lunghi, di prove, di tentativi e successive rielaborazioni, in termini informatici diremmo che abbiamo bisogno di molto tempo per costruire file per il nostro cervello che li recupererà ogni volta che ci si troverà a gestire, magari in situazioni di emergenza, situazioni nuove, non ancora incontrate, che paragonerà ad altre già vissute. Quindi, più tempo abbiamo in educazione, più alto è il numero delle esperienze che possiamo incamerare nel nostro cervello, maggiori possibilità avremo di interpretare nuove situazioni. Un recente film di animazione, “Inside out”, mostra in modo simpatico e al tempo stesso sorprendente, come la nostra identità si costruisce a partire dai ricordi che fin dal primo momento di vita iniziano ad abitare il nostro cervello, e non lo abbandonano più, non scompaiono, ma entrano a far parte dell’identità di ogni individuo. In modo plastico, ci mostra come si costruisce la personalità, a partire dalle emozioni, che nel film hanno il compito di “reagire” davanti ad ogni situazione che la protagonista del film sta vivendo; ogni ricordo viene poi immagazzinato nel cervello nella “memoria a lungo termine”… e si tratta solo della preadolescenza: alla fine del film arriva una nuova consolle, con la quale le emozioni “comandano” le reazioni della protagonista; la nuova consolle ha il doppio dei tasti di quella precedente, perché stiamo entrando nella “pubertà”, ovvero in un tempo nuovo, diverso dal precedente. È evidente che il film si fondi sulle antiche pedagogie ma anche sulle recenti scoperte delle neuroscienze e della psicanalisi.

Per educare serve tempo, è necessario, la fretta non porta a nulla, il nostro hardware, nel cammino di crescita, non è sempre pronto a gestire nuove situazioni: il lavoro educativo, visto con la variabile “tempo” è necessariamente a lungo termine. Chi educa nel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza ha questo argine insuperabile: nel mondo adulto si entra attrezzati, dopo un lungo tirocinio, non c’è un tempo identico per tutti, ciascuno ha un ritmo di maturazione proprio, perché dipende dal proprio vissuto, dai propri ricordi, dalle proprie sensazioni. Dobbiamo dirlo: qualcuno non diventerà mai adulto! Qualcuno non lo diventerà per scelta, o per paura, o per pigrizia. Se non è determinabile il tempo in cui si spicca il volo, non è nemmeno possibile che si rimanga sempre nel nido: la variabile tempo in educazione non è rigida, ma c’è!

Per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio: le alleanze necessarie

La saggezza presente in tutte le culture, qui rappresentata con un proverbio africano, dice che il compito educativo non lo si può affrontare da soli, sono necessarie troppe competenze che escludono la possibilità che si possa educare in una relazione esclusiva a due. Certo, nella vita si può imparare anche da un adulto che non ha una intenzionalità educativa esplicita, e quindi il proverbio fa riferimento probabilmente all’acquisizione di esperienze significative da parte di un ragazzo consegnategli dal mondo degli adulti, che, in quanto tale, non sempre educa consapevolmente, ma sceglie sempre, nei gesti quotidiani, a partire da modelli che pone all’attenzione dei ragazzi. È altrettanto vero, però, che in una società complessa come la nostra, il proverbio pone l’attenzione sulla molteplicità di figure educative di cui necessita il cammino di crescita. Potremmo anche vedere la questione da un secondo punto di vista: normalmente i ragazzi hanno a che fare con una serie di figure educative che, anche se esplicitamente non si considerano tali, agiscono sulla formazione dell’identità dei ragazzi, per cui compiono una azione educativa; si tratta allora di capire come costituire una rete educativa e chi si assume il compito di fare da sintesi rispetto all’identità del ragazzo (dovrebbe essere la famiglia, ma più si cresce, più altri educatori potrebbero assumere questo ruolo).

Dopo la variabile tempo anche la variabile “relazione tra educatori” definisce il compito educativo, e lo complica, nel senso che aumenta le variabili in gioco. Che l’educato ne sia consapevole o meno, esiste una rete educativa che si occupa di lui, e tale rete ha il compito di coordinarsi, o se non altro di incontrarsi, pena la consegna di messaggi contrastanti al ragazzo. È ovvio che nel cammino di crescita ci saranno esperienze di bene giudicate come male e viceversa, non possiamo essere ingenui, tanto più oggi, con una accessibilità diretta e senza limiti a qualsiasi tipo di esperienza, tutte ovviamente presentate e pubblicizzate come positive e imperdibili. A maggior ragione la rete educativa che ci deve essere attorno ad un ragazzo deve sintonizzarsi sulle medesime frequenze nella promozione di una umanità capace di relazioni libere, non egoistiche o al contrario di sudditanza, aperta alle novità e capace di discernimento.

La figura dell’educatore, propriamente detta, che si occupa, a partire da un aspetto, al tutto della vita del ragazzo, può essere una figura sintetica, capace di radunare quella rete educativa di cui abbiamo parlato per fare sintesi della proposta da rivolgere al ragazzo, per valorizzare l’apporto di ciascuno e al tempo stesso per modellare la proposta sull’identità in formazione di quella persona particolare. L’educatore ha dunque un compito che, oltre che dipanarsi nel tempo, si amplia per raggiungere tutte le esperienze che stanno aiutando il ragazzo a crescere, arrivando anche a proporne di nuove perché in esse intravvede qualcosa di positivo per quel ragazzo. Il tempo in educazione serve non solo come consapevolezza della maturazione quotidiana di un individuo, ma anche come necessità per rielaborare la proposta, per riaggiornarla, per riqualificarla, pena la ripetizione di gesti che nulla hanno a che fare con la persona che ci è stata affidata.