Se gli 85 super-ricchi hanno un reddito che eguaglia quello di mezza popolazione mondiale... quali passi ci sono chiesti? Giuseppe Gario prova a riflettere a partire da un vecchio film

di Giuseppe Gario

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Il cineforum San Fedele a Milano offre anche film fuori distribuzione, vecchi e nuovi. Quasi un documentario, Un condannato a morte è fuggito (di Robert Bresson, 1956) racconta la vera fuga dal carcere militare di Lione gestito dalle SS, nel 1943, di un ufficiale francese condannato a morte per resistenza. Nel dibattito la moglie del regista, a quel tempo suo aiuto, chiarisce: fuggire era salvarsi, ma anzitutto lottare, con l’aiuto dei compagni di prigionia. Una grazia si rivelò l’aiuto finale di un giovane collaborazionista, alsaziano volontario e poi disertore, che gli fu messo insieme in cella, contro la regola dell’isolamento: per spiarlo?

Il silenzio claustrale è rotto quasi solo dalla voce del protagonista, meditazione ininterrotta sulla scelta tra isolarsi anche per sicurezza, e fidarsi anche per necessità. Dal primo impatto col recluso della vicina cella, depresso tentato suicida che poi lo incoraggia e aiuta, fino alla penosa decisione finale – in un tempo sospeso, già agonia – di fidarsi del giovane compagno di cella, senza cui non avrebbe superato l’ultimo muro, verso la vita. La grazia sono gli altri, dice la signora Bresson.

Anche da questa crisi che ci imprigiona si può uscire grazie agli altri che la condividono, se si sa e vuole farlo.

Evgeny Mozorov, bielorusso di successo a Harvard e nella Silicon Valley, ci mette in guardia dal “soluzionismo”, diffusa tendenza a risolvere individualmente ogni problema comprando soluzioni, tecniche, tecnologie. Ma ottimizzare i consumi individuali di energia non basta per uscire dal cambiamento climatico, né per gli obesi la dieta: pesano gli interessi delle imprese inquinanti e alimentari. «La visione classica della politica, in cui si discute di bene comune e come realizzarlo, è sostituita dallo slogan: il problema è individuale. Ma la pretesa di risolvere tutto con l’onnipresente mercato nulla ha a che fare con la democrazia» [Martin Untersinger, Le Monde, 23/10/2014 p. 8].

Da Hongkong la Deep Knowledge Venture, che investe in start-up biotecnologiche, ci dà un altro avvertimento: nuovo amministratore per gli investimenti è la base dati Validating Investment Tool for Advancing Life Sciences, Vital, che vota coi colleghi umani ed elabora le informazioni sulle questioni da decidere senza essere turbata da sonni o cibi buoni o cattivi, preoccupazioni per i figli o dispiaceri familiari. Inizia una rivoluzione, dicono Martin Dewhurst e Paul Willmott, direttori londinesi McKinsey di consulenza strategica. Andrew McAfee, direttore associato al Massachusetts Institute of Technology, precisa: «La rivoluzione industriale ha consentito di superare i nostri limiti di capacità fisica. Le tecnologie digitali lo fanno per le nostre capacità mentali». (Già nel 1997 il programma Deep Blue batté a scacchi il campione mondiale Garry Kasparov). Molti «sottovalutano enormemente l’impatto sulle imprese delle nuove tecniche analitiche combinate con le masse dati disponibili», spiega Jeremy Howard (università di San Francisco), «solo perché le loro potenzialità evolvono esponenzialmente: difficile da capire per gli esseri umani». In The Future of Employment, i ricercatori Carl Benedikt Frey e Michael Osborne (Oxford) ricordano che nel mondo le tecnologie digitali potranno sostituire 140 milioni di lavoratori intellettuali a tempo pieno: i manager, come in DKV, dovranno rinunciare alle competenze “hard” (ragionamento applicato alle conoscenze) e sviluppare le “soft”: «individuare i talenti del mondo intero e stimolare le loro capacità creative, le loro qualità di leader e il loro pensiero strategico» [Annie Kahn, Le Monde, 2-3/11/2014, p. 7].

C’è un cortocircuito tra tecnologie che chiedono creatività e responsabilità, e un soluzionismo che assolutizza il mercato: la «parola d’ordine vincente, che non ammetteva repliche, era quella della “stabilizzazione macroeconomica”, che avrebbe necessariamente, inevitabilmente, portato, tutto insieme, a breve scadenza, crescita economica, investimenti esteri, democrazia, Stato di diritto, pluralismo, burocrazia efficiente, negozi stracolmi di roba, una moneta stabile e così via trionfando» [Giulietto Chiesa, Russia addio, 2000, p. 59]. La Russia di Eltsin di metà anni 1990 fu il laboratorio della crisi assolutizzando il mercato, ma il finanziere Georges Soros non vi investiva, perché (1996) «l’attuale sistema, che io definirei di capitalismo predatorio, sta creando una grande insofferenza tra la popolazione e forma l’humus dove potrebbe crescere un messia, un leader carismatico, il quale, promettendo la salvezza della nazione, conduce il paese al totalitarismo» [p. 142]. Puro buon senso. L’assolutismo del mercato porta al totalitarismo politico. Non stupisce che il post-comunista Putin si allei con i partiti post-fascisti europei, nel cortocircuito tra tecnologie che richiedono un umanesimo globale e il loro uso predatorio in un assolutismo di mercato che corrode Stati, nazioni e società, militarmente o per via finanziaria, e spiana la via al totalitarismo.

Il Senato USA, a maggioranza repubblicana, ha varato il bilancio federale solo quando il governo ha accettato di garantire i derivati, origine della crisi: è l’annuncio ufficiale di una nuova bolla e di un ulteriore, più grave attacco della fiction finanziaria alla realtà economica, tecnologica, politica. E in Giappone, con la rielezione di Abe, rispetto al governo precedente la sola novità è Gen Nakatani, ministro della difesa che propugna la sacralità dell’imperatore, interventi militari all’estero e guerra preventiva. Dopo il vicino e medio oriente, già in balìa della guerra, e l’oriente europeo, in guerra non dichiarata, anche il lontano oriente annuncia guerra. Guerra non come soluzione, bensì logica prosecuzione della crisi, così come la crisi del 1929 fu protratta dalla seconda guerra mondiale fin che, a metà anni 1950, si manifestarono gli effetti positivi dovuti al passaggio generazionale e alle prime grandi riforme di governo della finanza e dei mercati mondiali (nel 1944 il Fondo Monetario Internazionale, nel 1945 l’ONU).

Di ulteriori grandi riforme di governo della finanza e dei mercati globali abbiamo oggi bisogno: il reddito di 85 super-ricchi eguaglia quello di mezza popolazione mondiale [Oxfam, Working for the few, 2014, cit. in Marco Politi, Francesco tra i lupi, 2014, p. 126]. Spostandosi incessantemente, gli uni e gli altri unificano il globo, ma in una torre di Babele. Purtroppo, molto deve ancora accadere prima di venirne fuori nel solo modo possibile: democraticamente e dal basso, con la personale capacità di accogliere la grazia della prossimità, sia fisica in spazi e tempi limitati, sia relazionale in spazi e tempi dilatati, poiché a questo serve la tecnologia.

Possiamo uscire da questa crisi, noi europei in particolare portando a compimento l’investimento di oltre mezzo secolo in una Unione Europea ormai  matura per l’unione politica democratica, dopo quella di mercato e finanziaria. Ma solo se sappiamo ciò che vogliamo, come l’ufficiale francese.