Cosa è accaduto in Grecia? Quali le cause remote? Come sarà il futuro? Vale la pena di confrontarsi con l'originale riflessione di Giuseppe Gario. Un testo che potrebbe anche dare vita ad un dibattito

di Giuseppe Gario

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La domenica elettorale greca, in prima pagina de Il sole 24 Ore Paul Krugman scrive che “Il Sud Europa paga l’aver rispettato le regole”. Dall’adozione dell’euro alla crisi del 2008 il Sud Europa ha investito nel mattone capitali esteri in gran quantità, generando un’inflazione benefica in particolare per la Germania che esportando di più ha superato una lunga depressione. Poi i capitali sono fuggiti, innescando la recessione nel Sud. La Banca Centrale Europea deve per statuto mantenere stabile il valore dell’euro per il buon andamento dell’economia (se i soldi sono ballerini mercato e produzione soffrono). Toccava ora ai paesi del Nord aumentare la loro inflazione per compensare la crescente deflazione del Sud e sostenere l’economia europea. Invece no: “il Sud Europa ha giocato rispettando le regole, ma quando era in difficoltà, le regole sono state cambiate a suo sfavore”.

È il latino degli economisti, entrato nella vulgata e soprattutto nella nostra vita quotidiana: non ci sono soldi, o meglio sono nelle tasche di pochissimi (al forum mondiale di Davos, OXFAMha reso noto che i primi 80 paperoni globali hanno tanta ricchezza quanto metà dell’umanità).

Prima delle elezioni, su Le Monde [22/01/2015, p. 7] Eric Toussaint ricorda che nel 2009 il debito pubblico greco era al 113% del prodotto interno lordo, ora è al 175%. La troika (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Commissione Europea) ha messo sotto tutela la Grecia per darle i prestiti necessari a pagare le banche private europee che tra il 2005 e il 2009, inondandola di soldi (i prestiti sono saliti da 80 a 140 miliardi), hanno sostenuto l’allegrissima finanza dei greci (non tutti). Le banche scontavano l’aiuto della troika, appunto.

L’art 7 del regolamento UE adottato nel maggio 2013 prevede che “uno Stato europeo destinatario di un programma di consolidamento macroeconomico realizzi un audit completo delle sue finanze pubbliche allo scopo, in particolare, di valutare le ragioni che hanno portato all’accumulazione di un debito eccessivo, oltre a individuare eventuali irregolarità”. Il governo di Antonis Samaras non l’ha fatto, perché l’audit mostrerebbe che le banche non si sono curate della capacità greca di rimborso; di conseguenza, il piano di salvataggio della trojka trasferisce i costi dell’azzardo bancario sulla finanza pubblica, cioè sui cittadini greci. È l’antico vizio di profitti privati da perdite pubbliche.

La questione è se i 53 miliardi prestati alla Grecia per restituire i vecchi debiti siano legittimi, cioè rispettosi del principio di autonomia di chi si indebita, o siano stati imposti con attacchi speculativi alla finanza pubblica greca, nell’interesse dei creditori vecchi e nuovi. Il Wall Street Journal ha rivelato che al tempo molti direttori del FMIavevano manifestato riserve sulla capacità della Grecia di rimborsare altri prestiti. Da qui le contropartite politiche (Il Sole 24 Ore, p. 4): “Samaras era in dirittura per la vendita dei gioielli di famiglia: la società pubblica del gas Depa e la rete dei gasdotti della Desfa”, “Ma con Syriza privatizzazioni a rischio”. Per inciso, e noi italiani?

Come sempre, i poveri anticipano su di sé gli effetti disastrosi di mentalità e politiche sbagliate e ingiuste. Se non abbandoniamo l’avida ideologia neoliberale, impoveriremo quasi tutti, cancellando la nostra dignità di cittadini liberi e responsabili col diritto/dovere di progettare la vita e il lavoro. Il terzo posto conquistato dal partito neonazista greco è un brutto segnale, festeggiato dai neofascisti francesi e italiani anch’essi sensibilissimi alla pancia, cioè ai soldi.

Vedremo se la Grecia, come fece con i feroci romani, conquisterà i conquistatori. Dipende da noi, dalla nostra scelta di un’Europa fondata sulla pace, come in questi sessant’anni, oppure sulla pancia. In quest’ultimo caso hanno ragione le banche, le sole a uscire apparentemente bene, cioè ricche, da questa crisi, che è politica prima che economica e finanziaria.