Sono più di 120 le donne con bambini richiedenti asilo, accolte nel Centro di accoglienza straordinario del progetto Arca, in via Andolfato a Milano. Per loro il decreto sicurezza è fonte di forte preoccupazione. «Se dovessimo perdere – dice Costantina Regazzo direttore dei Servizi della Fondazione Progetto Arca – questo tipo di servizi, vorremmo capire come proteggere e tutelare le ospiti e i lavoratori dei servizi. Questo è un tema che non ci fa dormire la notte»

Arca

La Fondazione Progetto Arca, da 24 anni aiuta le persone più fragili ed emarginate: senza dimora, famiglie con difficoltà economiche e abitative, persone con dipendenze, rifugiati e richiedenti asilo.   Un impegno concentrato soprattutto a Milano e in Lombardia, dove la Onlus ha la sua sede principale, ma che di anno in anno diventa sempre più capillare raggiungendo molte altre città in tutta Italia, da nord a sud. (tel. 02.66715266  www.progettoarca.org)».

Nel 2017, in collaborazione con il Comune di Milano e la Prefettura, concretizza il suo impegno nell’accoglienza di donne migranti con bambini e in gravidanza, spesso vittime di violenza sessuale, grazie all’apertura di un nuovo Centro di accoglienza straordinario (Cas) in via Andolfato con lo scopo di sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie di accoglienza. Al suo interno, come in tutti i Cas, vengono garantiti l’alloggio, i pasti, l’assistenza legale e sanitaria, l’interprete e i servizi psico-sociali. A questi si aggiungono altri servizi come l’insegnamento di base della lingua italiana, l’orientamento lavorativo e formativo e l’animazione del tempo libero.

Con la convenzione stipulata con il Comune di Milano, nel centro di via Andolfato sono ospitate 52 donne sole richiedenti asilo e, in convenzione con la Prefettura di Milano, altre 80 donne richiedenti asilo con una decina di bambini al seguito. «Da quando sono entrate nel centro – dice Costantina Regazzo – abbiamo avuto qualche nascita. Tutte richiedenti asilo rispetto ai paesi di provenienza che sono la Somalia, l’Eritrea, il Bangladesh e la Nigeria». Il decreto sicurezza governativo è fonte di forte preoccupazione. «In generale – continua Costantina Regazzo – la Prefettura e il Comune non hanno messo in atto azioni particolari che possono in qualche modo farci dire che l’applicazione del decreto sia attivata con forme rigorose e critiche nei nostri servizi, ma anche nel Progetto Arca, come in altre strutture, incominciamo ad avere un primo tema critico»

D. Di che si tratta? «Non poter lasciare la residenza ai nostri ospiti li mette fortemente in difficoltà. La mancanza di una residenza, la sola domiciliazione, non consente di poter attivare il medico di medicina generale, quindi il servizio sanitario per prestazioni normali, non urgenti. La Costituzione italiana (art. 32) afferma che la salute è un diritto. Questo significa che qualsiasi persona che abbia un problema viene assistito. Ma l’attività ordinaria, che può trasformarsi in straordinaria, che avviene con il medico di medicina generale, senza la residenza non è applicabile»

D. Ci sono altri punti critici? «Un secondo punto di criticità è la possibilità di fare una richiesta di lavoro, di muoversi in libertà o di aprire un conte corrente. Queste situazioni sono sicuramente pesanti. Per chi è nel centro sono limitative. La ricerca di una casa diventa tema delicatissimo. Senza lavoro è difficile avere una casa. L’autonomia non è sicuramente facilitata. Molte persone dei nostri centri di accoglienza possono fare dei lavori, risparmiare soldi, perché, giorno dopo giorno, c’è la possibilità di pensare di avere il diritto all’accoglienza nel nostro Paese, diventano autonome prima possibile. Con questo decreto di sicuro sarà difficile ripetere questo giro virtuoso, anzi potrebbero essere persone che rimangono in carico ai servizi, cioè all’ente che ha in carico il soggetto»

D. Come affrontate le spese per gestire al meglio i centri di accoglienza? « La nostra raccolta di fondi ci supporta per quelle attività che sono sicuramente necessarie alla nostra vita quotidiana. Attraverso la raccolta fondi non abbiamo mai limitato le prestazioni sanitarie, anche specialistiche tipo la visita dentistica o oculistica. Abbiamo avuto la fortuna di avere Lux Ottica che, da due anni, ha dedicato a noi la Giornata mondiale della vista. Abbiamo fatto 480 visite oculistiche e donato più di 250 paia di occhiali. Il Banco farmaceutico, che ha una convenzione con noi, garantisce l’acquisto di farmaci. Cerchiamo tutte le forme per garantire la permanenza ai nostri ospiti. Va da sé che questo decreto ci preoccupa. In questo momento il decreto sicurezza lo percepiamo come elemento critico, perché non abbiamo ancora visto i suoi effetti applicati. Sicuramente incominciamo ad avere una ventina di persone che non hanno la residenza. Quindi le condizioni prima citate diventano un problema serio»

D. Ci sono rischi per il centro di accoglienza di via Andolfato? «Per fortuna in questo momento non ci sono casi eclatanti. Con l’esterno continuiamo a mantenere un’ ottima collaborazione con la scuola dove la festa della Befana si è organizzata con altri ragazzi. L’eventuale non idoneità a stare nel centro di accoglienza è sicuramente il rischio che abbiamo alle porte. Spesso per le mamme con bambino si attivava la valutazione di natura umanitaria, come i casi di natura sanitaria. Il decreto limita in modo significativo la modalità di accoglienza che abbiamo praticato sino ad oggi. Se non sono chiarissimi i criteri applicativi del decreto diventa impossibile chiarire i criteri del bando. Devo dire che il tema delicato di cosa accadrà riguarda non solo i profughi, ma anche i nostri lavoratori già nell’immediato»

D. In che senso? «Se qualcuno ci domandasse se siamo certi di continuare l’accoglienza anche dopo il 31 gennaio la risposta è che formalmente non siamo sicuri, informalmente pensiamo che ci saranno delle proroghe perché è impensabile che si possa mettere in strada delle persone dalla mattina alla sera perché non esiste il bando. Anche i lavoratori, che gestiscono i servizi, con la sensazione di chiudere a breve rende tutti più preoccupati. A questo punto, come enti gestori, ci dobbiamo preoccupare di che cosa fare. Ci sono problemi etici, noi non vorremmo agire soli, ma sempre in collaborazione con gli altri enti. Sappiamo che il Comune di Milano, come la Curia, hanno un tavolo dove affrontano il tema dell’accoglienza. Se dovessimo perdere questo tipo di servizi, vorremo capire come proteggere e tutelare, o che idee possiamo mettere in campo, per salvare i posti di lavoro. Questo è un tema che non ci fa dormire la notte!»