La riflessione parte dal potere politico per intrecciarsi con le dinamiche ecclesiali. E’ possibile pensare al potere come servizio?

di don Sergio Massironi

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Un ex premier attacca il premier. Niente di male, la dialettica è il sale della democrazia, anche quando a dibattere sono personalità di calibro, che si riconoscono nel medesimo schieramento. E’ tuttavia l’accusa ad essere interessante, specie provenendo da chi conosce bene le logiche di governo: il giovane leader calpesterebbe con la sua arroganza un’intera tradizione politica. Eppure, con l’opinione pubblica la medesima energia ha generato un feeling potentissimo. La rapida ascesa di Renzi ha avuto come principale ragione la palpabilità di un viscerale consenso, nemmeno da comprovare – situazione limite – con una conferma elettorale. Non si tratta di un credito illimitato, ma certo di un’importante corrispondenza emotiva, che ha largamente superato i confini del partito di appartenenza: l’idea incarnata è che occorra agire, rompere, cambiare e farlo in fretta, efficacemente, mossi da determinazione o, perché no, da una massiccia dose di ambizione. Così, mentre chi conosce la complessità del sistema Paese denuncia un’eccessiva semplificazione dei messaggi e teme derive personalistiche, la pancia del cittadino coglie piuttosto che l’esercizio del potere è necessario. Ecco il punto: chi ha ragione? Dobbiamo temere la sovranità? A quali condizioni è democraticamente esercitata? Secondo la Costituzione essa appartiene al popolo, ma paradossalmente il timore delle élite è che un’intesa immediata tra il leader e l’opinione pubblica svuoti la politica ed esponga a uno slittamento autoritario.

 

Alcuni giorni fa ebbi una conversazione illuminante, a margine della scuola diocesana “Date a Cesare”. Lamentavo con un amico le sabbie mobili in cui si arena anche il lavoro pastorale e la disabitudine tutta italiana a procedere in modo lineare, con metodologie che esaltino l’enorme “capitale umano” che caratterizza il Paese. Un logorio permanente, caratterizzato da interlocutori che sul più bello svaniscono, intuizioni senza seguito, decisioni dimenticate, doveri rimbalzati, progettualità arenate. Mi fu messa davanti questa constatazione: disporre di potere sembra venuto a coincidere col non dover più rispondere di sé e delle proprie azioni. Chi conquista una posizione appare sciolto dal vincolo di rendere conto: può abdicare impunemente al compito assunto, può imputare ad altri il nulla di fatto, può smentire oggi quanto affermato ieri. Potere diviene sinonimo di privilegio e, pericolosissimo, l’irresponsabilità il volto contemporaneo della democrazia. Burocrazia invece che autorità e principi altisonanti a negare, almeno di facciata, l’esercizio della forza.

 

Il politico d’esperienza rischia di non vedere e le persone dotate di maggior cultura tendono a sottovalutare che il guadagno impareggiabile di una leadership forte consiste, invece, nella messa in gioco della persona, nell’esplicito collegamento tra un volto e una responsabilità. Si teme per la democrazia gridando al lato oscuro del potere; si contrappongono al comando la partecipazione, il pluralismo, la negoziazione, la lenta e condivisa conduzione dei processi. Eppure, la sovranità di un popolo – espressione paradossale, quasi un ossimoro – prende forma solo da quell’amalgama emotivo grazie al quale è immaginabile che sorga l’identificazione di ognuno nell’altro – e così la rappresentanza – oltre a quei legami di solidarietà necessari a tenere insieme qualunque organismo politico. Chi governa, dunque, lo fa legittimamente per il fatto di avere mobilitato sogni, paure, fiducia e speranze, ottenendo dagli elettori il consenso: il filo diretto con gli umori delle persone non è allora pericoloso e non si chiama, di per sé, populismo. I corpi intermedi, indubbiamente, sono in tal senso elementi formidabili di democrazia, ma occorrerà tener pur conto di un passato non sempre luminoso, in cui un sottobosco di privilegi e di interessi ha paralizzato la vitalità della società civile e impedito il rigenerarsi di ampie fette del tessuto associativo, sindacale, cooperativo, politico, culturale e finanziario del Paese.

 

Certo, il successo del leader è connesso a un gigantesco lavoro di squadra e si realizza nel concerto dei rapporti istituzionali: solo così si dimostra a medio termine l’autentica stoffa di un capo. Ma indispensabile alla democrazia è creare consenso e rispondere di ciò che si fa, e che a garantirlo sia un volto preciso non è affatto male. Il potere viene dato e tolto, così che chi lo riceve ha da esercitarlo, per il periodo stabilito; se possibile, senza che si moltiplichino contestazioni di principio da parte da chi ad esso non partecipa. Quando ciò non accade l’irresponsabilità dilaga, perché una fitta nebbia avvolge il trasparente dispiegarsi dell’autorità. Pare non coglierlo chi oggi contesta, fosse anche con buone ragioni, una presidenza giovane, energica, spregiudicata, che ha il suo punto debole nel non aver ricevuto un diretto mandato dal basso. Spesso i motivi di preoccupazione e gli argomenti di opposizione sono seri, ma il politico deve sapere come la comunicazione si giochi sulla semplicità. Per esempio, è incomprensibile osteggiare costantemente la propria parte. Nell’arena pubblica vincono messaggi rapidi e chiari, prevalgono gesti a forte impatto simbolico: abbiamo un papa a dimostrarlo ogni giorno. Non tenerne conto, pur mossi da buone intenzioni, prescinde dal formarsi del consenso e dunque si distacca dalla base della democrazia.

 

È vero, le false promesse conducono al tracollo di qualsiasi proposta e l’arroganza è un vizio che si paga. Eppure, ciò che il cittadino coglie, quando una nuova leadership nasce, è che la coraggiosa messa in campo di sé giova alla società. Sì, le persone hanno infine prevalso sulle idee e così, forse, stiamo uscendo definitivamente dal Novecento, dall’epoca delle ideologie. Il guadagno è significativo e i rischi sono nuovi: occorre considerarlo. I protagonisti della polis non esistono, infatti, senza peccato originale: sono portatori di qualità e di slanci nobilissimi ma anche di interessi e di fantasmi oscuri. Saremo testimoni, probabilmente, degli inevitabili cortocircuiti di un’evoluzione che il cristianesimo ha tuttavia buone ragioni di apprezzare, abituato com’è a riconoscere la propria storia come frutto di un divino, gigantesco investimento sulla responsabilità di grandi peccatori. Persone chiamate a giocarsi, determinanti pur nelle proprie contraddizioni.

 

Scriveva Simone Weil nel 1943, lei che pure aveva in orrore la brutalità della forza: “In ogni personalità un po’ forte il bisogno di iniziativa giunge fino al bisogno di comando. Un’intensa vita locale e regionale, una grande quantità di opere educative e di movimenti giovanili devono offrire, a chiunque ne sia capace, l’occasione di comandare durante un determinato periodo della sua vita”. Sarebbe da verificare se nella Chiesa si sia pronti a rideclinare in termini simili la tradizionale e un po’ logora litania del “potere come servizio”. Il contributo di comunità capaci di investire i propri membri di autentiche responsabilità, educando all’esercizio responsabile del potere, costituirebbe una scuola di cittadinanza di elevatissimo profilo. Occorrerebbero solamente parecchio coraggio, della sana autocritica e un granello di fede.