Prende avvio oggi una rubrica mensile sulla cd. “giustizia riparativa” (o “rigenerativa”): una scoperta di una via percorribile nei suoi fondamenti filosofici, biblici, giuridici, sociali e nelle esperienze di vita. La “giustizia dell’incontro” diventa sempre più il futuro della giustizia

Francesco Pasquali
Avvocato del Foro di Monza

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In una sua omelia, San Bernardo di Clairvaux, commentando il Salmo 84,11 (“Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno”) immagina una contesa dialettica fra la Misericordia da un lato e la Verità e la Giustizia dall’altro: ognuna portava argomentazioni rispettabilissime per sostenere di essere superiore all’altra. Si dicevano vicendevolmente: “Se Dio è misericordioso, non può essere giusto”; “Se Dio è giusto deve essere vero, quindi non può essere misericordioso”. La disputa sembrava senza soluzione, solo la Pace riuscì a portare un silenzio riconciliante fra le contendenti.

In effetti, solo Dio può tenere insieme perfettamente la Misericordia, la Verità e la Giustizia.

Ha destato scalpore qualche settimana fa un corso di formazione per i giudici in cui a sedere in cattedra erano Adriana Faranda e Franco Bonisoli (entrambi già appartenenti alle Brigate Rosse) insieme ad Agnese Moro (figlia dell’ex Presidente del Consiglio Aldo Moro), Manlio Milani (Presidente dell’associazione delle vittime della Strage di Piazza della Loggia) e Sabina Rossa (figlia dell’operaio comunista Guido Rossa ucciso dai brigatisti nel 1979).

Alcuni hanno gridato allo scandalo.

Eppure queste persone hanno percorso un cammino fin dal 2009 ben descritto da Il libro dell’incontro (edito da Il Saggiatore), curato dal Gesuita p. Guido Bertagna e dai Professori Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato.

Il nostro “sistema giustizia” presenta anche agli occhi profani falle difficilmente evitabili, tanto che, anche dopo il più giusto dei processi e la più giusta espiazione di una pena, un grave senso di incompiutezza assale ancora soprattutto le vittime e i colpevoli, per ragioni diverse ma non opposte.

Una pena che dovrebbe essere rieducativa (così prevede l’art 27 della nostra Costituzione) spesso diventa solo un modo per accumulare risentimento, in cui ben difficilmente si riesce a rielaborare la colpa, mentre chi è stato offeso dal reato non trova ristoro.

Ancora in un suo intervento tenuto presso l’Università Cattolica nel 1997 il Cardinal Martini si chiedeva: “Dopo gli incontri coi detenuti o in occasione degli scambi epistolari con loro, emerge ogni volta la domanda: è umano ciò che stanno vivendo? È efficace per un’adeguata tutela della giustizia? Serve davvero alla riabilitazione e al recupero dei detenuti? Cosa ci guadagna e cosa ci perde la società da un sistema del genere?”.

Ci prenderemo, dunque, questo spazio mensile per approfondire il senso del nostro sistema giudiziario sia nella fase dell’accertamento del reato che dell’esecuzione della pena. Ne indagheremo i fondamenti filosofici, biblici, giuridici, le conseguenze economico-sociali e prenderemo in considerazione alcune esperienze pionieristiche di un’alternativa possibile.