La pena non ha valore espiatorio in quanto “afflittiva”. Per la Bibbia l’espiazione è possibile solo in un dialogo fatto di “offerta di riconciliazione” da una parte e di “conversione” dall’altra, dove l’iniziativa è sempre della vittima e dove la Vittima per eccellenza è il Dio che perdona.

Francesco Pasquali
Avvocato del Foro di Monza

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Di frequente i sostenitori della concezione retributiva della pena portano questa affermazione: “Una pena afflittiva può essere utile a un delinquente perché quantomeno può avere un valore espiatorio”.

Pensiamo, per esempio, a quante volte tale affermazione viene espressa con riferimento alla pena detentiva.

È noto che la concezione di una sofferenza tragica, quindi “catartica”, cioè purificatrice, risale perlomeno alla cultura greca.

In realtà, esaminando le numerose pericopi bibliche dove Dio “castiga”, “si adira”, “punisce”, a partire da Genesi (cfr. per es. Gen 3) fino all’Apocalisse (cfr. per es. Ap 3,19), passando per il Vangelo della Pasqua di Gesù, Vittima per eccellenza del nostro peccato e dell’ira di Dio, l’azione divina si dimostra sempre salvifica più che afflittiva.

Non è con la sofferenza, ma con l’amore che Dio ci salva, anche laddove tale amore è vissuto nella sofferenza.

Se la sofferenza è necessaria, poiché solo con la concreta disponibilità a pagare di persona si diventa credibili, non è, però, la sofferenza a salvare, ma sempre e soltanto l’amore.

L’autentica espiazione si configura, pertanto, non già come una “sofferenza riparatrice” (che resta una contraddizione in se stessa), ma come un dialogo in cui la prima parola è della vittima che ha subito il male e che sola può spezzare la catena del male con un’offerta di riconciliazione totalmente gratuita ed immeritata.

A tale offerta il reo può rispondere con il rifiuto oppure con la conversione, che si esprime anche attraverso la disponibilità alla riparazione del male commesso (laddove e nella misura in cui sia possibile).

Non può essere il reo, tuttavia, ad avere la prima parola di redenzione.

In tutto questo processo non v’è spazio per l’inflizione di altro male e altro dolore, nemmeno in un’ottica tragica di purificazione. Solo il bene purifica.

In realtà, come sovente ricordava il Card. Martini, nel reato – e in particolare in quell’elemento del reato che è la colpa – è già insita la pena. Nella colpa è già insita una sconfitta, un fallimento, un’umiliazione e una sofferenza di cui il colpevole è chiamato a prendere progressivamente coscienza.

La logica della riconciliazione, allora, esce non solo dalla logica della ritorsione, ma anche da quella della mera reciprocità.

Come afferma il Prof. Luciano Eusebi nel suo ultimo libro (“La Chiesa e il problema della pena”, ed. La Scuola), “L’idea che il male, invece del bene, possa produrre qualcosa di buono e che il primo, comunque, possa non essere percepito come male allorquando sussistano certi presupposti del suo compimento rappresenta l’aspetto in certo senso blasfemo (cioè di sfiducia, o di fiducia solo condizionata, nel bene voluto da Dio) inerente a qualsiasi ideologia retributiva.”.