Il carcere è un ambiente chiuso, anche se ora il dipartimento ha imposto di aprire le celle e le persone detenute che non sono in isolamento possono girare per il corridoio di ogni sezione. Tuttavia, nel generale silenzio dei mass media, avvengono quotidianamente tante storie per lo più di dolore, d’indignazione, ma anche tanti gesti d’amore e tenerezza silenziosi.

di Francesco Pasquali
Avvocato del Foro di Monza

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Non è per nulla infrequente ascoltare la frase: “I detenuti in carcere stanno meglio di noi, hanno persino la tv!”.

Chi pronuncia parole del genere, quasi sempre non sa di che parla e non è mai stato in un carcere. Non ne ha mai sentito i suoni (battiti o stridori di porte di ferro, urla), gli odori sgradevolissimi di cibo cucinato spesso in modo anonimo e troppe volte persino sprecato, non ne ha mai sentito il freddo gelido o il caldo torrido, non si è mai sentito solo a Natale o a Ferragosto.

Della mia esperienza di volontariato – ormai risalente a qualche anno fa, a dire il vero – in un carcere lombardo, porto, purtroppo, anche ricordi più difficili.

Ricordo quando, a seguito della Riforma Sanitaria Bindi del 1999, giustamente lo Stato aveva proceduto a trasferire le competenze della sanità carceraria dal Ministero della Giustizia a quello della Salute. Era una scelta lungimirante, ma doveva essere completa. Non vennero trasferite, invece, da un Ministero all’altro le relative risorse. Ciò causò prassi abnormi che avvenivano quotidianamente in ogni carcere d’Italia nel silenzio generale. Ricordo, per esempio, un detenuto diabetico a cui veniva somministrato, al posto dell’insulina, acido acetilsalicilico (più conosciuto come Aspirina). Soltanto il secondo Governo Prodi, già sfiduciato e in regime di prorogatio nel maggio 2008, rimediò a tale incoerenza del sistema.

Ricordo quando un detenuto sudamericano, dopo che gli fu diagnosticato un tumore inguaribile, chiese la Grazia al Presidente della Repubblica per andare a morire nel suo Paese. La Grazia gli fu legittimamente negata, ma il provvedimento di diniego gli fu notificato presso il carcere oltre due mesi dopo la sua morte… Il cappellano scrisse una lettera al Ministro della Giustizia (è quanto mai significativo che non si chiami più “Ministro di Grazia e Giustizia”) dicendo che si vergognava di essere italiano.

Le celle, che per lo più avevano una capienza di un paio di detenuti, erano sempre sovraffollate e di frequente almeno una persona dormiva per terra su un materasso di fortuna. Eppure, anche in quel frangente, vidi chi, sopraggiungendo una detenuta in più in cella, seppe farla accomodare nel proprio letto, prendendo al suo posto il materasso per terra. Fortunatamente, anche a seguito delle condanne inflitte dalla Corte di Strasburgo al nostro Paese, oggi in Italia sono state adottate misure che hanno sensibilmente ridotto il sovraffollamento carcerario, ma ancora tanta strada resta da compiere.

Secondo gli ultimi dati disponibili, i detenuti lavoranti al 2014 (Fonte: Ristretti Orizzonti) sono pari a circa il 27%, in risalita rispetto agli ultimi anni ma certamente ben lontani dal 34% di detenuti lavoranti del 1991. L’ozio in carcere è una piaga tremenda e diffusa. Occorre pensare ben altro per garantire la rieducazione del reo prevista dall’art. 27 Cost.

Ricordo una frase di un detenuto incontrato dal Card. Martini. L’Arcivescovo la citava così: “Il giorno in cui il prete non verrà più in carcere, si potranno costruire le camere a gas!” (in C. M. Martini, Non è giustizia. La colpa, il carcere e la Parola di Dio, Mondadori, 2003, pag. 110).