Nella lettera Admirabile signum, papa Francesco rilancia l’attualità e la popolarità del presepe. «Mi auguro – scrive il Papa - che questa pratica non venga mai meno, anzi, spero che là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata»

di Silvio Mengotto

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A Greccio, dove san Francesco ha fatto memoria della nascita di Gesù, papa Francesco ha firmato la lettera apostolica Admirabile signum sul significato e il valore del presepe. «In questo segno – scrive papa Francesco – semplice e mirabile del presepe, che la pietà popolare ha accolto e trasmesso di generazione in generazione, viene manifestato il grande mistero della nostra umanità e la nostra vita. Non ci lascia mai soli. Nella gioia come nel dolore». Il presepe ha la straordinaria capacità di farci percepire, sin da bambini, il mistero di un Dio che si fa bambino per amore dell’umanità. «Fin dall’origine francescana il presepe è un invito a «sentire», a «toccare» la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua incarnazione (3)». Tommaso da Celano, biografo della vita di san Francesco, descrive minuziosamente cosa avvenne a Greccio. «Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello (FF 468) (2)».

E’ importante costruire il presepe insieme e, soprattutto, da bambini «quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare (1)». In questo modo, sin da piccoli, si impara a rivivere la «storia  che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta a immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali (3)». Non  importa come si costruisce il presepe, «può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino a ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi (n.10)».

Fare memoria del presepe significa riscoprire i segni che, spesso, il romanticismo inzuppato di consumismo, ha rinchiuso nel dimenticatoio. Nella lettera papa Francesco spiega i segni del presepe. Il cielo stellato contrasta il buio della notte. Anche nei momenti dove «la notte circonda la nostra vita, Dio non ci lascia soli». La vicinanza di Dio «porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr. Lc 1,79) (4)». A volte il presepe è arricchito da straordinari paesaggi e animali. «Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia (5)».

Tra le presenze che affascinano i bambini ci sono i Magi, gli angeli e la stella cometa «segno che anche noi siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore». I Magi, pagani adoratori di zoroastro, seguono la cometa per cercare la verità e ci «insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr. Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande (9)».  Insieme ai poveri il presepe è ricco di statuine simboliche che rappresentano la santità quotidiana «dal pastore al fabbro, dal fornaio alle donne che portano l’acqua». I pastori «diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’incarnazione (5)». I poveri sono «i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi. I poveri e i semplici nel presepe ricordano il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza (6)». Proprio nel presepe «Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza (6)». Oggi i pastori di Betlemme sono gli scartati in cerca di futuro: i rifugiati, i senzatetto, i rom, gli emigrati, i disperati, gli ammalati, i giovani senza lavoro. Per loro dal presepe «Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato».