Nei giorni scorsi ha fatto discutere la scelta di un noto DJ di recarsi in Svizzera per morire, a fronte della malattia degenerativa che lo aveva colpito e da cui non sarebbe più guarito. Giustamente ci si interroga sulla liceità morale di tale decisione, eppure non siamo capaci di indignarci in egual modo di fronte a pene che tolgono di fatto la vita a tante persone, pur giudicate “colpevoli”.

Francesco Pasquali
Avvocato del Foro di Monza

carcere

L’ergastolo è una pena di morte nascosta”.

È quanto affermato senza giri di parole da Papa Francesco fin dal suo Discorso alla Delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale del 23 ottobre 2014, concetto poi da lui stesso più volte ribadito.

Il Papa aveva buone ragioni per sollevare la denuncia: lo aveva già dimostrato avendo abolito l’anno precedente la pena dell’ergastolo dal Codice penale dello Stato Città del Vaticano.

In un ordinamento giuridico come il nostro e come quelli dei Paesi che nel mondo si reputano più civili sussiste ancora l’ipocrisia per cui si proclama nella Carta costituzionale che “le pene  non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27, comma 3 della nostra Costituzione), per poi privare legalmente e di fatto il condannato di un’ulteriore possibilità rieducativa nella vita sociale.

In effetti, non è solo la pena di morte a privare di speranza un detenuto. Eppure, nell’immaginario collettivo, tante persone sono contrarie alla pena di morte, ma non all’ergastolo.

Come ha messo bene in luce un detenuto ergastolano (Carmelo Musumeci, nel bel testo curato da Patrizio Gonnella e Marco Ruotolo, Giustizia e carceri secondo papa Francesco, edito da Jaca Book), non se ne comprende il motivo: “Le alternative sono due: o pensano che l’ergastolo sia meno doloroso della pena di morte, o può anche essere il contrario, che con la pena di morte cessa la sofferenza della pena e quindi finisce anche la vendetta sociale.”.

Del resto, anche la Corte europea dei diritti dell’uomo sta cominciando a elaborare una giurisprudenza che dichiara illegittima una norma di legge di uno Stato membro della Convenzione europea di Strasburgo allorché, prevedendo la sanzione dell’ergastolo, non contempli parimenti alcuna prospettiva di revisione della pena o di liberazione condizionale. Ciò, infatti, sarebbe incompatibile con l’art. 3 della Convenzione europea per i diritti umani, il quale afferma che “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.

Pur essendo una giurisprudenza ancora non senza contrasti in seno alla Corte stessa, è significativo che in una serie di sentenze del 2009 e del 2010 alcuni Stati siano stati condannati con la motivazione che non sarebbe sufficiente che nel loro ordinamento sia contemplata la possibilità della grazia reale o presidenziale. Anzi, in alcune sentenze la Corte si è spinta a fissare un termine di 25 anni di detenzione entro cui debba essere prevista la possibilità di rivedere la pena, proprio per dare una speranza al condannato.

In effetti la vita non si tutela solo guarendo malattie fisiche o prevenendo o scoraggiando malattie dell’animo che possono sfociare in comportamenti delittuosi.

La vita si tutela e si promuove curando – anche laddove la malattie fisiche siano “inguaribili”, anche laddove non si riesca a estirpare le malattie dell’animo e la propensione al crimine.

Solo la prospettiva di libertà rende credibile una cura, solo una cura premurosa dà speranza, solo la speranza dà vita.