Tramite i corridoi umanitari la Comunità di Sant’Egidio di Milano ha ospitato una famiglia di profughi afghani. Grazie ad un protocollo firmato con il Viminale la famiglia è ospitata in una nuova casa dove, dopo anni trascorsi al campo greco di Lesbo, inizia una “nuova vita”

di Silvio Mengotto

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“New life” è stato il commento emozionato di una ragazza della famiglia afghana ospitata in questi giorni a Milano dalla Comunità di Sant’Egidio. Fa parte del gruppo di quaranta profughi di nove nazionalità atterrati a Fiumicino. Le famiglie hanno raggiunto le ospitalità in casa in diverse regioni italiane secondo il modello, ormai sperimentato, dei corridoi umanitari, che dal febbraio 2016 hanno permesso di giungere in sicurezza, al riparo dai trafficanti di esseri umani, oltre 3500 persone in Italia, Francia, Belgio e Andora. La famiglia ospitata è in una casa nella zona sud di Milano. La famiglia afghana è di etnia hazara, composta da una madre con tre figli. Da due anni bloccata nell’isola di Lesbo. L’etnia hazara è tra quelle che in  Afghanistan ha patito molto la guerra civile in corso da decenni. Dopo la morte del padre la famiglia viaggia sei mesi per arrivare in Iran. Tre tentativi di ingresso in Turchia, cinque in Grecia poi l’arrivo all’isola di Lesbo dove, per due anni, hanno vissuto una situazione bloccata e drammatica. «Sono andato a Fiumicino – dice Stefano Pasta della Comunità di Sant’Egidio – ad accogliere la famiglia che ha conosciuto subito alcuni volontari che le saranno accanto nei prossimi mesi. Si entra subito in un tessuto umano. Le due ragazze erano stanche ma emozionate. “New life” le prime parole. La più grande ha conosciuto Oriana Fallaci e sogna di diventare giornalista. Ha frequentato le scuole superiori e parla un ottimo inglese. La sorella più piccola (14anni) ha la passione della pittura e, tra le tende di Lesbo, dipingeva dei volti molto espressivi. A Fiumicino, oltre alla Comunità di Sant’Egidio erano presenti i volontari della comunità di Papa Giovanni che hanno accolto un’altra famiglia»

 D. Che modello esprimono questi corridoi umanitari?
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I corridoi umanitari sono un modello alternativo ai viaggi della morte. L’unico vero modo per contrastare le vie illegali dei trafficanti. Sono anche un modello diverso rispetto all’ accoglienza. Riteniamo che l’integrazione, l’accoglienza e l’inserimento “new life”, in questo caso l’espressione della ragazza più grande di questa famiglia, debba avvenire subito. In questi anni nell’osservare le politiche dell’accoglienza ci hanno portato a dire che una famiglia come questa, bloccata due anni nel campo di Lesbo e gravata di tutto, si debba restituire una dimensione domestica della casa e delle relazioni. Questo è un punto importante»

D. Quali sono le caratteristiche del nuovo progetto di accoglienza?
«Prima che arrivasse questa famiglia avevamo già preso l’appuntamento con la Questura per avviare i documenti. A Lesbo si era fatto un primo screening. Sappiamo che questa famiglia ha tutte le condizioni per la domanda di protezione internazionale. E’ anche un modello diverso di accoglienza più organizzato. Abbiamo già un’idea sul percorso scolastico dei figli. Ci sono volontari che hanno dato la disponibilità nei prossimi mesi a seguirli. Un modello autofinanziato grazie alla solidarietà di tanti, dall’8xmille della CEI, della Chiesa valdese che hanno finanziato il progetto. Un grazie anche alle realtà che hanno messo a disposizione alloggi e volontari. A Milano possiamo fare questa accoglienza anche perché Progetto Arca ha messo a disposizione un alloggio a canone sociale. E’ anche un’alleanza, tipica nella cultura di Sant’Egidio, di stimolare persone, tessuti umani, associazioni attorno ad una famiglia. Il progetto nasce dall’esperienza dei corridoi umanitari. Un progetto consolidato che riguarda migliaia di persone dal Libano per i siriani, al Corno d’Africa per gli eritrei e i somali. In Italia siamo riusciti a realizzare questo corridoio umanitario con il campo di Lesbo. A Fiumicino sono arrivate 40 persone, ovviamente tutte con il tampone e i protocolli sanitari necessari e rispettati. Credo che Lesbo rappresenta un po’ il simbolo dell’indifferenza, di questi anni, di una Europa che con i muri non vuole far fronte all’immigrazione. Spiace che in terra europea delle persone che scappano dalla guerra e dall’estrema povertà, sono da due anni senza scuola»