A Natale in carcere si desta la nostalgia degli affetti più cari, la ferita di perdite laceranti. Si rischia di vivere la notte di Natale come la notte della mancanza di speranza, della solitudine più cupa. Eppure qualcuno può ancora, toccato dalla Grazia, riscoprire nel freddo della cella la nascita di un Dio che salva

di Francesco Pasquali
Avvocato del Foro di Monza

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Il tempo di Natale in carcere risveglia sofferenza.

Vi sono persone detenute che avvertono la struggente nostalgia delle persone più care, magari anche dei propri figli. Altri avvertono la solitudine di chi deve affrontare, oltre alla mancanza di libertà, la perdita delle relazioni più importanti della vita, purtroppo perché a volte il reato ha lacerato non solo i rapporti con la vittima e la società, ma anche quelli con i propri famigliari.

In questo periodo ogni anno torno a leggere lo scritto di Alfio, un detenuto che nel 2001 dal carcere di Monza scriveva una poesia dal titolo “Se potessi”, che vale la pena leggere per intero: “Se potessi tornare indietro / avrei tanto da dirti, / tanto da pentirmi… / Se potessi essere lì accanto a Te… / Tanto vorrei darti, / tanto da farmi perdonare. / Ti racconterei tutte le mie ingiuste crociate, / ti confesserei tutti i miei peccati, / chiedendo il tuo perdono. / È umano sbagliare, / ma divino è perdonare. / Se potessi… / Ma non posso, sono qui… / Eppure sento che Tu sei in me, / sento che Tu sei con me, / voglio credere in Te, / voglio, non perché è Natale, non per apparire più giusto e buono, / ma perché oggi posso dire veramente / di aver conosciuto Te. / La mia nascita sarà la mia salvezza… / Grazie mio Dio…”.

Traspaiono da queste parole alcuni risvolti non codificati della pena.

Quando il Giudice pronuncia la condanna, determina il periodo di durata della reclusione, cioè del massimo grado di privazione della libertà personale consentito dall’ordinamento.  “Soltanto”  in questo dovrebbe stare il carattere afflittivo della pena, sempre nel pieno rispetto dell’ottica rieducativa di cui all’art. 27 Cost..

Eppure non è così, perché ci sono tanti risvolti, prima nel processo e poi nella fase di esecuzione della pena, che determinano innumerevoli conseguenze afflittive non previste strettamente dalla legge e che non sono altro che effetti accessori e del tutto impliciti della pena, di cui quasi nessuno tiene conto.

Il documento finale degli Stati Generali sull’esecuzione penale indetti con D.M. 8 e 9 maggio 2015 e conclusi nel maggio 2016 tiene conto di tale problema, laddove afferma: “A venire in rilievo è, anzitutto, il tema della territorialità della pena e il connesso diritto al mantenimento dei rapporti familiari, che trovano traduzione normativa nell’art. 42 o.p. (Ordinamento Penitenziario, ndr), in base al quale il detenuto deve scontare la pena nel luogo più vicino alla famiglia senza che la sua condotta possa influire sull’eventuale istanza di trasferimento. La destinazione del detenuto in un luogo geograficamente lontano dai suoi affetti può tradursi in un ingiustificato surplus di sofferenza, contrario nei termini sopra indicati alla finalità rieducativa della pena e a una specifica previsione delle Regole penitenziarie europee. Peraltro il surplus di sofferenza sarebbe esteso ingiustificatamente ai familiari del detenuto, che non hanno ricevuto la stessa condanna, ma soffrono analoga pena.”.

Alla luce di tali considerazioni, sarebbe auspicabile che l’intera parte del menzionato documento relativo al tema dell’affettività, che favorisce il potenziamento dei rapporti con il partner, i genitori e i figli, sia oggetto di una congrua riforma legislativa e che nella prassi giudiziaria si tenga maggiormente conto di tale risvolto, anche per meglio realizzare la finalità rieducativa di cui all’art. 27, comma 3 della Costituzione.