«L’accoglienza – dice mons. Matteo Zuppi nuovo arcivescovo di Bologna – domanda intelligenza e capacità di gestione. Se la risposta è quella dei muri non siamo ne intelligenti, ne capaci di gestire. Al contrario l’accoglienza è una gestione forte non debole»

di Silvio Mengotto

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Nella sede milanese del PIME incontro mons. Matteo Zuppi, il nuovo arcivescovo metropolita di Bologna nominato da papa Francesco il 27 ottobre 2015. Uno dei volti nuovi e significativi dell’episcopato italiano. E’ vestito come un parroco: pantaloni scuri, un maglione sopra la camicia stropicciata è una semplice croce di ferro a tracolla. Da parroco trasteverino alla carica vescovile di Bologna. Anche a Bologna mons. Matteo Zuppi piace vivere tra la gente e, come pastore, sentire «l’odore delle pecore» come consiglia sempre papa Francesco. I senza casa e i disoccupati della città hanno imparato presto a conoscerlo per aver condotto una delicata mediazioni con le istituzioni comunali e la creazione di nuovi posti di lavoro grazie agli utili di una azienda lasciata in eredità alla Curia. Mons. Matteo Zuppi sta improntando tutto il suo episcopato sullo stile missionario dell’Evangelii Gaudium (EG) su questo tema si sviluppa la nostra conversazione in particolare su due temi : la Chiesa in “uscita” e l’importanza dell’accoglienza.

 

«Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene»

Nella presentazione dell’esortazione apostolica sono sette i temi affrontati, il primo  riguarda La riforma  della Chiesa in uscita missionaria (EG 17). «Uscire ci aiuta – dice mons. Matteo Zuppi – a superare una pastorale di conservazione e a ri-centrarci sul Vangelo. Se il Vangelo non è in uscita diventa facilmente l’assistente spirituale o psicologico al nostro egocentrismo. Soltanto uscendo troviamo noi stessi e il senso del Vangelo. Una comunità che rende il Vangelo motivo per allontanarsi dagli altri, per dividersi dagli altri. Le chiusure rappresentano questa tentazione, ci fanno illudere di essere noi stessi quando in realtà ci deformano e ci allontaniamo dagli altri».

Per mons. Matteo Zuppi è necessario rimettersi in viaggio, non viviamo più in una bolla di sapone. Tutto il popolo di Dio è coinvolto nella missione altrimenti si rischia di fare solo accademia esaurendosi nel fascino del laboratorio, diventare Ong o Croce Rossa, oppure trasformarsi in museo archeologico a cielo aperto. «Un museo da custodire gelosamente rispetto a intrusioni estranee, ma che noi stessi possiamo al massimo visitare nei weekend, perché intimamente convinti, che non sia più un luogo abitabile. Proprio come certi centri storici, in restauro permanente ma vuoti e spettrali, in quanto scomodissimi a viverci»[1].

Nell’Evangelii Guadium si afferma che bisogna «avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (EG 20). Per mons. Matteo Zuppi «Le periferie ci pongono il problema della luce, solo donando la troviamo. La Chiesa trova se stessa in uscita non chiudendosi. Anche se insisto che questo non è affatto scontato. Lo detto molte volte, anzi abbiamo l’idea che la Chiesa perde se stessa perché uscendo si smarrisce, stempera la propria identità in una idea deformata del nostro contrasto col mondo. Il Signore non ci chiede mai di essere contro il mondo, nel senso di esserne fuori, ma di non essere del mondo, ma dentro il mondo e, quindi, uscendo. Andare nelle periferie ci fa trovare noi stessi e le nostre periferie. Chi va in periferia incontra tutte le periferie, non soltanto quelle che arrivano da lontano. La periferia ci fa trovare il vero centro altrimenti restiamo centrati su noi. Gli uomini cercano la luce, hanno bisogno del Vangelo comunicato attraverso l’esperienza umana e la nostra testimonianza, attraverso la nostra vita, la nostra gioia, non attraverso la freddezza di una teoria o di una verità lontana dalla vita».

«Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. […] Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene. Chiudersi in se stessi significa assaggiare l’amaro veleno dell’immanenza, e l’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo» (EG 87). Bisogna smettere di giudicare e riconquistare la gioia di annunciare il Vangelo liberandoci dall’ansia di prestazione  e del risultato. Evitare la fissazione del programma ma vivere in pienezza la vita di fede, meno il piano di conquista ritornando a parlare, con gusto, la lingua dello Spirito e della profezia.

 

«L’accoglienza è una gestione forte non debole»

Di fronte al fenomeno migratorio, non più emergenziale ma strutturale per l’Europa, per le città e le parrocchie, l’accoglienza è una sfida civile e pastorale non eludibile e determinate per il  futuro.  Due i motivi che rendono ineludibile questa sfida: in primis il mondo, prima di vederlo nelle nostre strade, è già presente nelle nostre case; per secondo costruire muri senza alternative credibili significa rimandare e complicare una realtà inarrestabile e in movimento.  «Viviamo un periodo – dice mons. Matteo Zuppi – di grandissimi cambiamenti veri ed epocali, pensare di restare quelli di prima è proprio la dimostrazione che siamo invecchiati e che non capiamo il mondo intorno che ci infastidisce e pensiamo che basti allontanarlo al sacro muro per credersi e illudersi di essere protetti. Il nostro mondo così globalizzato dove le connessioni e i rapporti sono così larghi le isole non hanno futuro. E’ realistico guardarsi intorno e far fronte alle tante domande che entrano dentro la nostra realtà».

L’accoglienza non è improvvisazione, specie se non è emergenziale ma strutturale come quella odierna. «L’accoglienza – continua mons. Matteo Zuppi – domanda intelligenza e capacità di gestione. Quando crediamo di difenderci e la risposta è quella soltanto dei muri significa che non siamo ne intelligenti, ne capaci di gestire. Al contrario l’accoglienza è una gestione forte non debole. L’accoglienza prepara al futuro ma richiede una capacità sulla quale siamo indubbiamente in ritardo. In realtà siamo noi che possiamo essere forti, che possiamo decidere del nostro futuro se la smettiamo di chiuderci in un mondo che ci fa soltanto restare legati al passato, ma non regaliamo niente di futuro ai nostri figli. Dobbiamo di nuovo investire su quelli che verranno dopo di noi. Per questo dobbiamo imparare ad adottare i tanti che vengono, lasciare dei semi di convivenza, dialogo, di incontro, di rispetto delle regole possibili per tutti»

 


[1] G. Borsa, Dio vive nella città, Edit. Centro Ambrosiano, Milano, 2016, p. 42