Una riflessione sul significato e le funzioni della pena. Serve davvero “farla pagare” a qualcuno? Sono davvero efficaci le cd. “condanne esemplari”? Il ruolo insostituibile della coscienza.

di Francesco Pasquali
Avvocato del Foro di Monza

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Quando da volontario, all’epoca dei miei studi universitari, mi recavo settimanalmente in carcere, un giorno un uomo, che aveva quasi terminato di scontare la sua pena, mi disse: “Fra qualche giorno esco. Io ho pagato, quindi lo Stato e la Giustizia non mi devono più importunare.”.

Le sue parole mi interrogarono e mi interrogano tuttora: è davvero possibile dire di aver saldato i conti con la Giustizia (e soprattutto con la persona offesa) quando si è recato ad altri un danno a volte irreparabile? E, d’altra parte, serve davvero che qualcuno “paghi”? E a chi?

La risposta a tali domande sono connesse al significato e alle funzioni della pena.

Una dottrina penalistica particolarmente accreditata definisce la pena come “una sofferenza che lo Stato infligge alla persona che ha violato un dovere giuridico” (F. Antolisei).

Ora, dato che la sofferenza è sempre un  male, può esistere un male giusto o anche soltanto legittimo?

Le funzioni tradizionalmente attribuite alla pena sono tre.

La funzione di “prevenzione generale” (già sostenuta nell’antichità da filosofi come Protagora e Seneca), fondata sull’assunto che la minaccia della pena serva a distogliere i consociati dal compiere fatti socialmente dannosi. E’ la tesi dei fautori delle cd. “condanne esemplari”, che corrono il rischio di strumentalizzare il singolo delinquente per fini di politica criminale. Tale tesi è smentita dal fatto che quando una persona sta per commettere un reato non pensa immediatamente a quanto sia elevata la pena a cui potrebbe andare incontro, né se a qualcun altro sia stata irrogata.

La funzione di “prevenzione speciale”, la quale fa perno sull’idea che l’inflizione della pena ad una determinata persona serva ad evitare che compia altri reati in futuro. L’assunto, però, trova smentita nei frequenti fenomeni di recidiva (il tasso in Italia è pari al 67% per chi ha già scontato una pena detentiva).

La funzione “rieducativa”, sposata dall’art. 27 della nostra Costituzione, che subordina la legittimità di una pena all’obiettivo della rieducazione del condannato. E’ un concetto che non è possibile approfondire ora e su cui sarà necessario tornare sia per approfondirne i lati positivi che per analizzarne i limiti.

Per ora possiamo limitarci a ricordare le parole dello stàrets Zosìma che nel romanzo di Dostoevkij “I fratelli Karamazov” afferma: “Tutti questi invii ai lavori forzati, preceduti anche da percosse, non correggono nessuno, e soprattutto, non intimoriscono quasi nessun criminale e il numero di delitti non solo non diminuisce, ma quanto più si va avanti, tanto più aumenta. (…) Se vi è qualcosa anche al nostro tempo che tuteli la società e redima il criminale stesso, trasformandolo in un altro uomo, è solo e sempre la legge di Cristo, che si esprime nel riconoscimento della propria coscienza.”.