Nella Bibbia esistono due vie per risolvere una controversia: una è il mišpat, cioè il classico “giudizio” che vede protagonisti un accusato, un accusatore e un giudice terzo imparziale; l’altro è il rîb, ossia una vera e propria lite, un confronto – anche duro – con lo scopo di fare verità e trovare riconciliazione

di Francesco Pasquali
Avvocato del Foro di Monza

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Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”” (Gen 4,9a).

La domanda di Dio all’omicida Caino non è altro che l’inizio di un rîb, cioè di una contesa fra Dio e Caino volta a fare in modo che Caino faccia verità su se stesso e chieda perdono.

Nella Bibbia il rîb è una contesa fra l’uomo e Dio o anche fra due uomini che consta di vari passaggi.

In primo luogo, c’è la domanda – una vera e propria sfida – che chi si ritiene innocente rivolge al colpevole per iniziare un’interlocuzione con lui in un momento in cui non vi può essere certezza sull’esito della sfida.

A tale domanda segue la risposta – o la mancata risposta – del colpevole, che può essere di vario genere: dal silenzio, a una risposta che cerca di trovare argomenti difensivi per protestare la propria innocenza (a volte fino a ributtare la colpa sul proprio interlocutore), a un’ammissione di colpa (magari ottenuta dopo un lungo “botta e risposta”) e un’eventuale richiesta di perdono.

Nel racconto biblico di Genesi 4 Caino sceglie di non sottrarsi e nel contempo di sfuggire a ogni responsabilità, dicendo quello che “non è” e il Signore lo mette di fronte al suo crimine con una testimonianza (“la voce del sangue” di suo fratello ucciso che “grida dal suolo”).

Di fronte a tale testimonianza non superabile Caino ammette la sua colpa: “Troppo grande è la mia colpa (…)?” (Gen 4,13a).

In altre occasioni l’accusato non si riconosce colpevole. In tal caso potrà comunque risolversi la controversia oppure sarà necessario ricorrere a un classico giudizio trilaterale con la presenza di un giudice terzo imparziale (mišpat).

Così, per esempio, Dio non si riconosce colpevole di fronte a Giobbe che lo accusa, ma fa verità di fronte all’accusa di Giobbe e la contesa finisce.

Al contrario, Salomone deve emettere il suo celeberrimo giudizio (mišpat) di fronte alle due prostitute che si contendevano il figlio (in un rîb) e di cui soltanto una, ovviamente, era la vera madre (1Re 3, 16-28).

Sta proprio nel rîb la radice teologica della mediazione penale, un metodo alternativo di risoluzione delle controversie che oggi in Italia è ammesso soltanto per i reati cd. “bagatellari” che trovano il loro luogo processuale di fronte al Giudice di Pace, ma di cui sarebbe auspicabile studiare una possibilità di estensione.

Si tratta, quindi, per ora, di reati meno gravi, perseguibili a querela della persona offesa, e che, nel caso vi sia concorde volontà della vittima e dell’autore del reato, possono essere risolti con un confronto in cui le Parti cercano di fare verità sull’accaduto.

In altri contesti, però, tale metodo di risoluzione delle controversie si è dimostrato il solo che ha potuto avviare percorsi di giustizia, come nel caso delle Commissioni verità e riconciliazione in Sud Africa o a seguito del genocidio avvenuto in Rwanda.

In Italia si è avviato un percorso simile fra le vittime (che hanno accettato di parteciparvi) e gli autori dei reati di strage negli anni di piombo.