Il costo di un detenuto in carcere, che di frequente si riverbera sulle casse dello Stato, è di ordine esorbitante in rapporto a quanto speso per la Giustizia e non solo. E i costi umani pagati da alcuni detenuti determinano un aumento di pena non previsto dall’ordinamento giuridico, determinando un surplus di pena.

Francesco Pasquali
Avvocato del Foro di Monza

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In Italia al 30 giugno 2016 i detenuti erano 54.072, in crescita rispetto all’anno precedente dell’1,2%. Di questi 18.166 erano stranieri, rappresentativi del 33,5% della popolazione carceraria. Una quota leggermente superiore, cioè 18.941 persone, erano recluse per violazione della legge sulle droghe. La capienza regolamentare dei nostri istituti di pena, secondo il Ministero della Giustizia, era in pari data di 49.701 posti (dal pre-rapporto 2016 sulle condizioni di detenzione a cura dell’Associazione Antigone), cioè circa 4.300 posti in meno dei detenuti presenti.

Stando agli ultimi dati disponibili a fine 2015, l’Italia per quell’anno ha stanziato un budget di 2.943.795.721 di euro (a fronte di una legge di stabilità che prevedeva una manovra di circa 36 miliardi di euro per quell’anno).

Se è vero che la legge prevede che ogni detenuto ha il dovere di pagare il proprio mantenimento in carcere, è ancor più vero che, come abbiamo evidenziato il mese scorso, soltanto il 27% dei detenuti lavora e pochi di essi sono titolari di un patrimonio, pertanto sono relativamente scarsi coloro che possono ripagare i costi della loro detenzione, che – in mancanza – si riverberano sui contribuenti.

Bastano questi numeri per notare immediatamente quanto sia oneroso per l’Italia il sistema penitenziario.

A fronte di questi numeri ci sono, poi, dei dati che, per così dire, si rivelano delle vere e proprie beffe.

Il costo pro capite dei detenuti è cresciuto negli ultimi anni, ma non perché siano aumentati gli sprechi (che comunque, in carcere, si verificano, a partire dal cibo), ma perché – paradossalmente – si è raggiunto il risultato virtuoso di diminuire il numero dei detenuti, avvicinando gli istituti di pena alla loro capienza regolamentare. In altri termini, il sovraffollamento rende spurio il dato del costo pro capite, proprio perché “spalma” i costi fissi per struttura penitenziaria su un numero maggiore di detenuti presenti in essa.

Su tali costi, peraltro, incidono fortemente le detenzioni delle persone senza fissa dimora che commettono reati, fra le quali molte sono straniere. La situazione era anche peggiore quando vigeva il reato d’immigrazione clandestina. Tali persone, infatti, sarebbero in gran parte potenzialmente destinatarie di misure alternative al carcere, a partire dalla detenzione domiciliare, ma in assenza di domicilio e di occupazione i giudici optano comunque per la detenzione, così che lo Stato si ritrova gravato di costi ulteriori e tali detenuti sono sottoposti ad un aggravio di pena non previsto dalla legge.

Una beffa ulteriore si rivela la misura del cd. “braccialetto elettronico”: a fronte dei circa 2.000 braccialetti in uso, ognuno costa circa 4.500 euro.

A conclusione di questo breve excursus sui costi del sistema penitenziario, è possibile considerare con padre Francesco Occhetta che “l’Italia è tra i Paesi europei che spendono di più per i propri detenuti: circa 150 euro al giorno, di cui solamente 11,50 sono destinati per il mantenimento, l’assistenza, la rieducazione e il trasporto dei detenuti. La voce di spesa più alta è quella del personale della giustizia” (in La Giustizia capovolta, Paoline, 2016).

Sorge spontanea una domanda. Servono davvero più carceri in Italia? Forse la soluzione sta nel potenziare le misure e le pene alternative al carcere.