Un'occasione per ricordare quattro alpini, che si sono sacrificati per la libertà e la pace

di Silvio Mengotto

Lazzati
1943, Lazzati con ufficiali internati a Stlalback

Tra pochi giorni gli alpini saranno a Milano. 1943, Lazzati con ufficiali internati a Stlalback a Milano avrà luogo l’Adunata nazionale degli Alpini in occasione dei 100 anni dell’Ana, che nel capoluogo lombardo è nata nel 1919 e ha tuttora sede. Nel sito del Comune di Milano (www.comune.milano.it) è possibile leggere il nutrito programma del 92° raduno nazionale degli Alpini.

La straordinaria tre giorni degli Alpini è preceduta, giovedì 9 maggio ’19, da una cerimonia in memoria del beato don Carlo Gnocchi, cappellano della Tridentina Alpini nella ritirata di Russia. Con don Gnocchi è doveroso ricordare altri tre alpini (due milanesi e due beati) che sacrificarono la loro vita per la libertà e la pace del nostro Paese: Giuseppe Lazzati, Teresio Olivelli e Antonio Manzi.

Il tenete degli Alpini Giuseppe Lazzati, insieme a più di 600.000 soldati internati nei lager della Germania, rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò. Per due anni cambiò continuamente diversi campi: Run nei pressi di Innsbruk, poi Deblin in Polonia, infine in Germania a Oberlangen, Sandbostel e Wietzendof. «In ogni campo dove andavo – dice Giuseppe Lazzati – parlavo, cioè facevo conferenze cercavo di sostenere il morale di amici e compagni di prigionia, anche perché venivano spesso dei mandati dalla Repubblica Sociale per vedere se potevano reclutare gente da riportare indietro, siccome le condizioni erano durissime era, vorrei dire naturale, che qualcuno cedesse, allora bisognava fare in modo che fosse minimo il numero di coloro che cedevano e cedevano i malati, quelli che veramente non c’è la facevano più. Ecco perché io venni preso di mira e cambiai parecchi campi e dove andavo riprendevo a fare il mestiere di professore che teneva lezioni, che faceva dei corsi e il fondamento di questo era sempre quello: animare, sostenere in vista della conquista della libertà, anche in senso fisico e non in senso solo spirituale di cui già godevamo pur essendo dentro i reticolati».

Le sofferenze dei prigionieri scrissero in anticipo il nuovo percorso della libertà per tutti gli italiani e per il futuro dell’Italia. «Certo – conclude Lazzati – fu una prova dura! Per taluni fu una prova dura fisicamente: i più anziani, i più giovani privi di cibo sufficiente, è naturale che si trovassero in condizioni durissime. La forza che tenne in piedi gli internati fu la volontà di ritornare in una Italia libera. Quanto a me cercai di aiutare, sostenere questo sentimento perché grazie a Dio stavo bene di salute, a me non dispiaceva anche esercitare la mia funzione di professore e lo feci anche in prigionia facendo adunanze, corsi e tutti volti naturalmente a questa idea fondamentale: la conquista della libertà. Noi stavamo provando che cosa vuol dire non avere libertà perché eravamo dentro un campo di filo spinato, ma ci sentivamo più liberi di quando eravamo sotto un governo che non conosceva la libertà ed era là che abbiamo alimentato questo senso autentico della libertà fondato su valori morali, naturalmente, di onestà, di giustizia che avrebbero dovuto prepararci a quello che era la condizione nuova».

Il tenete di artiglieria alpina Teresio Olivelli (oggi beato) che, reduce dalla spaventosa ritirata di Russia, decise di  partecipare alla resistenza partigiana per ridare onore, dignità e libertà alla Patria soffocata da un regime oppressore e liberticida. Arrestato insieme a Carlo Bianchi venne fatto prigioniero a San Vittore poi  Fossoli, Gries per morire nel lager tedesco di Hersbruck. Nella Preghiera del ribelle, scritta con Carlo Bianchi, dice: “Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi […] Tu che dicesti: “Io sono la resurrezione e la vita” rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa. Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie. Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare. Signore della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore”.

L’ultima figura è Antonio Manzi, tenete degli Alpini nato a Milano. Dopo l’8 settembre ‘43 entra nelle bande partigiane bergamasche di Giustizia e libertà. Catturato per delazione viene incarcerato a Bergamo, San Vittore, poi trasferito a Fossoli dove verrà fucilato insieme ai 67 martiri di Cibeno il 12 luglio ’44.  «Carissima Mamma, – scrive in una lettera dal carcere di Bergamo – come ai bei tempi scrivo ancora una volta a Papà e una a Te. E’ quasi un mese che sono in carcere e non ho ancora vostre nuove. Ti penso bene e credo che il mio stesso stato d’animo sia il tuo: rassegnazione per questa prova che spero non sia molto lunga; fierezza di sapere che non è stata voluta per motivi  né banali né volgari; speranza in un avvenire ancora migliore del passato. […] Di salute sto bene e, per quanto sia solo, il tempo mi passa anche abbastanza piacevolmente: strano, dirai, per me abituato alla libertà completa, (un anno fa mi trovavo ad iniziare l’ascensione della Torre Venezia !); eppure è così: mi trovo a ragionare più dell’avvenire che a dolermi del presente e a rimpiangere il passato. Con un po’ di spirito d’adattamento mi pare di essere giunto a non disperare per qualsiasi peggioramento del mio stato e invece a godere di qualsiasi minimo miglioramento: così la libertà non l’aspetto con frenesia, ma con serenità d’animo. Scrivimi di Te»