L’ideologia retributiva della pena affonda le sue radici filosofiche nei pensieri di Immanuel Kant e di Georg W.F. Hegel: il primo considerava la pena come un imperativo categorico, il secondo la considerava come la “lesione di una lesione”, unico rimedio all’offesa del diritto e, anzi, diritto del condannato stesso.

di Francesco Pasquali
Avvocato del Foro di Monza

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Se dovessimo ricercare le radici filosofiche della concezione retributiva della pena, non faticheremmo a trovare in Immanuel Kant e in Georg W. F. Hegel i suoi principali esponenti.

Il filosofo di Königsberg era molto chiaro nella sua opera del 1797, Metafisica dei costumi, dichiarando che la pena “non può mai venir decretata semplicemente come un mezzo per raggiungere un bene, sia a profitto del criminale stesso, sia a profitto della società civile, ma deve essergli inflitta soltanto perché egli ha commesso un crimine”. Per Kant, infatti, la legge penale è imperativo categorico, perché l’uomo non può mai essere trattato come mezzo finalizzato ad altro scopo, perciò quando si infligge una pena non sarebbe nemmeno possibile pensare se da essa si possa ricavare una qualche utilità per il condannato o per i suoi concittadini.

Hegel, dal canto suo, descrive nel modo più compiuto la sua concezione della pena nella sua opera Lineamenti di filosofia del diritto pubblicata nel 1820. Egli ritiene che il reato sia una lesione di diritti e questa lesione venga eliminata mediante la lesione, insita nell’inflizione della pena, dei diritti del reo, in particolare del suo diritto alla libertà. Per Hegel, infatti, “la violenza viene annullata dalla violenza”.

Secondo Hegel, inoltre, la pena sarebbe un diritto del delinquente, poiché la pena sarebbe dovuta al reo come un dovere che lo Stato ha verso di lui, indipendentemente dal dovere che si abbia verso le parti lese o altri consociati.

Tali concezioni della pena hanno ben poco a che vedere con quanto previsto dall’art. 27 della nostra Costituzione, che legittima la pena in quanto abbia una funzione rieducativa.

Giorgio Del Vecchio replicò con efficacia alla concezione della pena espressa da Kant, affermando che “qualsiasi azione compiuta verso altri (quindi, anche un’azione delittuosa) implica (…) l’autorizzazione del contraccambio, cioè rende questo giuridicamente possibile. Ma non lo rende altresì necessario (doveroso), poiché non esiste alcun obbligo di valersi, fino al suo limite, di quella autorizzazione. (…) La rinuncia a un diritto, come la remissione di un debito (…) non nega il diritto medesimo, anzi lo presuppone e implicitamente l’afferma. (…) Ricambiare il male col male, nella stessa misura, è la maniera più ovvia, ma non la più vera, per ristabilire il turbato equilibrio: il male si ripara veramente solo col bene.”.

Quanto al pensiero di Hegel, se le osservazioni del Del Vecchio valgono a maggior ragione per criticare la concezione della pena del filosofo di Stoccarda, non sfuggirà che è palesemente ipocrita “gabellare” come diritto un istituto che è concepito per definizione come una sofferenza diretta nei confronti del colpevole.

Se è ben vero, infatti, che una persona che ha commesso un reato possa per convinzione personale avvertire dignitoso scontare il male commesso attraverso una pena, è sicuramente falso mascherare come diritto una sofferenza imposta coattivamente nei suoi confronti.