L’espressione “certezza della pena” è usata spesso con significato ambiguo ed è richiamata, soprattutto dai mass media, in termini equivoci e non sempre esatti. Cerchiamo di scoprirne la corretta portata, le problematiche sottese e, soprattutto, di quali certezze vittime e rei hanno maggiormente bisogno

Francesco Pasquali
Avvocato del Foro di Monza

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Uno dei luoghi comuni ripetuto da chi si ferma a una conoscenza della Giustizia soltanto massmediatica è che nel nostro Paese “non c’è la certezza della pena”.

Di frequente sembra che chi invoca questa espressione intenda più o meno così: “Chi commette un reato, anche grave, spesso dopo poco tempo è fuori!”.

In realtà occorre dapprima comprendere che cosa significa “certezza della pena”. Tale espressione rimanda alla necessità per cui la pena dev’essere fissata dalla legge prima del fatto commesso (art. 25, comma 2 Cost.) ed essere scontata secondo i termini e le condizioni che la legge prevede.

L’equivoco nasce quando si ritiene erroneamente che alcuni istituti previsti dalla legge – come, nella fase antecedente alla condanna, le misure cautelari alternative al carcere e, nella fase successiva, le pene alternative alla detenzione – minino necessariamente la corretta esecuzione penale e costituiscano gratuite concessioni per la persona imputata o, rispettivamente, condannata.

Tali istituti trovano la loro ragione nel fatto che prima di una sentenza un’eventuale restrizione della libertà personale dovrebbe rappresentare un’eccezione, dal momento che vige per tutti la presunzione d’innocenza (art. 27, comma 2 Cost.); nella fase successiva a una sentenza non più impugnabile, invece, la pena deve sempre essere orientata a un fine rieducativo (art. 27, comma 3 cost.), per cui il carcere dovrebbe essere comunque inteso come extrema ratio.

Ciò non significa che nel nostro ordinamento giuridico la “certezza della pena” non debba essere tutelata da abusi. Spesso è la stessa legge a cadere in contraddizione con se stessa, quando per un reato prevede una pena edittale piuttosto elevata, ma, attraverso la combinazione di attenuanti, riti processuali alternativi e pene alternative, di fatto riduce la condanna a un’entità quasi simbolica. In altre occasioni errori nell’applicazione di una legge giusta possono provenire dal magistrato.

Non rende, però, un buon servizio chi emette giudizi sommari e diffonde, magari per strumentalizzazioni politiche o giornalistiche, sensazioni che falsificano la realtà, per esempio affermando che nel nostro Paese generalmente non si sconti la pena prevista dalla legge.

Sarebbe, al contrario, notevolmente più impopolare, ma altrettanto più onesto e lungimirante coniugare – come ricorda il Magistrato Francesco Cananzi  nel recentissimo libro di p. Francesco Occhetta S.J., La giustizia capovolta (edizioni San Paolo, p. 114) – la necessaria certezza della pena con “la certezza della speranza, come evoca Moltmann nel suo volume La giustizia crea speranza. Questo mi sembra fosse lo spirito dei costituenti, quando si ponevano l’obiettivo della rieducazione del condannato. Non far perdere a nessuno la speranza, anche se detenuto.”. Sommessamente aggiungerei: “anche se vittima”!

Mi pare che l’unico modo per intravedere una possibilità di futuro per tutti sia proprio quello di una certezza della pena che non annulli la certezza della speranza.