Don Diego Fognini, della Comunità pastorale in Valmalenco, Elena Paltrinieri di Morbegno, Fiorenzo De Molli operatore in Casa della carità e Francesca (nome di fantasia) volontaria di Como, hanno conosciuto don Roberto Malgesini, segue la loro testimonianza

di Silvio Mengotto

donroberto

Nella comunità pastorale della Valmalenco, provincia di Sondrio, opera un gruppo di sacerdoti che hanno conosciuto, e condiviso, il cammino di don Roberto Malgesini nella vicinanza agli ultimi, come don Diego Fognini della parrocchia di S. Pietro di Calaseggio e don Giusto Della Valle che, in una lettera ha ricordato pubblicamente don Roberto.

«Ciò che è successo – dice don Diego Fognini – ha sconvolto tante persone non solo credenti, ma anche gente che ha conosciuto don Roberto e che forse erano le persone a cui lui voleva più bene perché a loro nessuno voleva bene». Nella lettera pubblica don Giusto Della Valle scrive: «Curava e accudiva anche le “pecore cattive”, coloro che hanno fatto sbagli grossi e sono finiti in carcere: in questa sua capacità io ho sempre visto la “giustizia superiore” del Vangelo, la follia di voler bene a chi proprio non se lo merita».

«Quante persone – continua don Diego Fognini – in questi giorni hanno speso tante parole per elogiare Roberto ma poi, a lato pratico, sono ferme sulle loro idee e non muovono un dito, non pronunciano un giudizio su quello che ogni giorno accade, non solo ai migranti, ma a tutti quei poveri che popolano le nostre strade e che aspettano che qualcuno si prenda cura di loro. Domattina ci sarà qualcuno che prende la propria auto e caricato di brioche e caffè va a fare il giro della città per dare conforto e cibo a questi poveracci, o restare per sempre parcheggiato fuori dalla chiesa di San Rocco?» 

Quando don Roberto confida al vescovo Diego Coletti il desiderio di operare nella strada vicino agli ultimi, il vescovo lo raccomanda di fare una prima esperienza in Casa della carità di Milano dove conosce don Virginio Colmegna e Fiorenzo De Molli responsabile del settore “Ospitalità e Accoglienza”.

«E’ rimasto da noi – dice Fiorenzo De Molli – per un anno. Rimaneva tre giorni alla settimana, gli altri in parrocchia. Si è inserito con delicatezza. Un montanaro di quelli intelligenti. Aveva una sensibilità incredibile. Capace di rapportarsi con gli altri. Poche parole ben dette e quelle necessarie. Si è subito inserito nel reparto docce. Era come se non si sentisse la sua presenza, ma c’era! Dava sicurezza, serenità, senza troppi fronzoli ma di sostanza. Molte cose le ha viste da noi, poi sviluppate alla sua maniera a Como. Quando ci fù il problema profughi (2016) lo avvisammo che saremmo andati a Como. Lui ci aspettò alla stazione perché conosceva la gente. C’è poco da fare, era capace di stare con i poveri cristi. Questa è la cosa più bella. Era una persona bella!»

Elena Paltrinieri, di Azione cattolica e volontaria nel Centro di Accoglienza di Morbegno, è amica di Mario, il fratello di don Roberto. Conosce la famiglia di don Roberto e, soprattutto, i sacerdoti che hanno condiviso la scelta di don Roberto. «La caratteristica personale e della famiglia – dice Elena Paltrinieri – di don Roberto è la riservatezza. Non voleva mai mettersi in mostra in prima persona. Proprio in questi giorni tutti i familiari sono stati composti nel proprio dolore. Tutti sono stati turbati e scioccanti dalla notizia. Soprattutto i suoi fratelli Mario, Caterina ed Enrico, che erano consapevoli dei rischi che correva con questo tipo di attività cercando di proteggere i genitori. Non sempre raccontavano tutto quello che faceva, questo per evitare loro la preoccupazione». Frequentando il centro Caritas di Morbegno Elena ha notizie di don Roberto, di quello che «faceva – continua Elena Paltrinieri – con i senza tetto, dell’iniziativa di andare a portare la colazione agli ultimi, anche in mille modi. Anche noi, come Centro di Ascolto, molte volte ci confrontavamo su questo discorso. Sapevamo che don Roberto faceva questo tipo di accoglienza che noi non riusciamo a fare con quelle modalità perché siamo tutti volontari, non abbiamo dedicato la nostra vita a questa attività come ha fatto don Roberto. Era concentrato sulla concretezza, sul fare. Non era per elaborazioni teologiche. Il gesto era la sua teologia pratica e concreta. Anche col sorriso semplice, alla mano e alla portata di tutti. Era la cosa più bella, più buona»

Francesca, nome di fantasia, ha incontrato don Roberto in giovane età. Con lui nelle mense dei poveri a Como. «Aveva capito – dice Francesca – che le persone vanno accolte, raccolte, ascoltate. Dall’età di 12 anni andavo nella mensa del povero con lui. Mi ha visto crescere e mi ha insegnato cosa vuol dire vivere la strada con gli ultimi. Con lui abbiamo condiviso la mensa in via Tommaso Grossi, il giro con le prostitute in strada, il giro mobile, le persone che andavano in carcere e ci ritornavano. Dobbiamo far prevalere l’amore, questo è il suo insegnamento. Far circolare il bene e continuare a lottare. Ciò che siamo è davanti agli occhi di tutti. Invece di accogliere i martiri bisogna accogliere gli uomini»

Don Roberto era molto riservato. Di lui non esistono dichiarazioni, testi scritti o pubblicazioni. Unica eccezione «Ho visto dei fratelli» (2018), una piccola meditazione della Via Crucis sulla scelta di vivere la strada. «Ho visto – scrive don Roberto – emettere una ordinanza per scacciare i senza tetto che chiedevano un po’ di attenzioni ai turisti e alla gente ricca che festeggiava Natale e il nuovo anno. Ma ho visto anche dei fratelli continuare ad aiutare gli scacciati, passando silenziosi oltre le minacce delle autorità o della maggioranza del popolo»