Dopo la strage terroristica di Kabul le lancette dell’orologio della storia possono tornare indietro

di Silvio Mengotto

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Mentre l’Afghanistan ritorna sotto il fondamentalismo sono tre le immagini da ricordare. Quando i talebani tornano al potere in Italia muore Gino Strada (fondatore di Emeregncy che salvò la vita a tante persone afghane) lasciando l’eredità di una profezia di pace. La seconda immagine è il tentativo di fuga di molti afghani aggrappati ai carrelli degli aerei che decollano da Kabul. L’ultimo sono le donne afghane che affidano i loro bambini ai militari, al console italiano, sul muro dello scalo di Kabul che separa la disperazione dalla speranza.

 

Le illusioni dell’Occidente

Vent’anni fa i talebani dissero una verità inascoltata. «Voi avete l’orologio, noi il tempo». Usano, anzi abusano, della modernità nel “tempo” di un Medioevo gestito con i mezzi più sofisticati dell’Occidente: armi e nuove tecnologie della comunicazione. In Europa, non in America, l’alba della modernità nasce dalla ricerca non dalla scienza. “Fatti non foste – dice Dante Alighieri – a vivere come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. La brutalità dei talebani segue dissolutezza e il satrapo governo dell’ignoranza forzata sul popolo. Questo è il loro Medioevo. Parallelamente alla pandemia l’Occidente si è illuso (nuovo virus imprevisto e globalizzato) di esportare la democrazia con la guerra. Non è stato così! Nel mondo, anche se globalizzato, esistono spazi dove la realtà è medioevale, rinascimentale, neocoloniale e dittatoriale. L’Occidente ne deve prendere atto. Vent’anni fa la guerra ai talebani è stata vinta, ma si è «perso il dopoguerra e soprattutto la faccia» (Avvenire, 22 agosto ’21). La maggioranza degli investimenti in Afghanistan hanno privilegiato l’opzione militare per mantenere la sicurezza del Paese. La corruzione, l’impunità, un esercito di 300mila soldati senza stipendio si è sciolto come neve al sole senza opporre resistenza ai 50mila talebani.

L’Occidente ha sottovalutato la presenza in Afghanistan di diverse etnie che hanno mantenuto la loro storia e cultura: Pasthtun (40%), Hazara (10-15%) e Uzbeki (9%). La valle del Panchir è l’unica delle 34 provincie che non si è arresa ai talebani, dove si è rifugiato Ali Nazary il portavoce del Fronte di resistenza nazionale dell’Afghanistan. «L’Afghanistan è uno Stato multiculturale – dice Ali Nazary – . E’ un paese fatto di minoranze etniche. Bisogna trovare un accordo sulla condivisione del potere in cui tutti si vedano rappresentati. Se una forza politica, qualunque sia, cerca di dominare la politica, crea le condizioni per una guerra interna e il proseguimento del conflitto attuale» (Avvenire, 24 agosto ’21). 

C’è stato un forte squilibrio tra spese civili e militari. Inutilmente si è tentato di modificarlo portandolo a 50 e 50. Sarebbe stato un segnale di inversione, una modalità concreta per superare in positivo il “tempo” dei talebani che, giorno dopo giorno, ha soffiato a loro favore. Il popolo afghano, soprattutto quello sperduto nei villaggi più abbandonati (si consiglia la visione del documentario Buddha the girl the water del regista Gohlmabeza Mohammadi della durata di 13 minuti) aveva bisogno di aiuti che assicurassero «acqua, elettricità, cure mediche, educazione, servizi sociali e sanitari, tutela dei più deboli, sicurezza e protezione, rispetto dei diritti umani, sostegno alle istituzioni, lotta alla corruzione e all’impunità, valorizzazione della capacità, intelligenze e risorse umane (Avvenire, 18 agosto ’21). Tutto si è ridimensionato. Il “tempo” talebano si è ripreso tutto.

 

Donne determinate

La situazione catastrofica induce al pessimismo ma non cancella il positivo seminato in Afghanistan in questi 20 anni. Un seme importante per il presente e il futuro del popolo afghano. «Intere generazioni – mi scrive Paolo Cova – di ragazzi, giovani, donne hanno avuto l’occasione di sperimentare e toccare con mano una quotidianità con maggiori prospettive rispetto a quella dei loro genitori. Numerose associazioni non governative o della cooperazione internazionale si sono spese perché potesse essere garantita una formazione ed istruzione diffusa, soprattutto alle donne. Anni che hanno permesso di far crescere la cultura del rispetto e dei diritti, per le donne e per i bambini. Un seme è stato gettato e ha già iniziato a dare i suoi frutti».

Non sono poche le donne afghane che hanno lasciato segni, radici indelebili, nella storia martoriata del popolo. Dopo la caduta dei talebani nel 2006 due donne di etnia Hazara si sono battute a favore degli strati più poveri della popolazione. Si tratta di Habiba Sorabi, governatrice della provincia di Bamyan e Sima Samar che fonda Shuhanda una delle più grandi agenzie non governative afghane che si occupava di scuole e ospedali, vicepresidente del primo Governo karzai e presidente della Commissione Nazionale dei Diritti dell’Uomo in Afghanistan. Zarifa Ghafari, la più giovane sindaco dell’Afghanistan (29 anni), acerrima nemica dei talebani e conosciuta per il suo impegno a favore delle donne, oggi rifugiata nel Nordreno-Vestaflia. Amina, insegnante di corsi per l’imprenditoria femminile e animatrice dell’esperienza dei “taxi rosa” a Kabul, si è rifugiata a Roma. Zakira e la nazionale femminile di calcio afghano sono libere a Sidnay con visti umanitari. Bisogna ricordare che proprio a Milano si è costituito il Comitato Arghosha Faraway Scholos (2006) con lo scopo di costruire scuole in zone remote e svantaggiate nel mondo incominciando dall’Afghanistan. Filippo Grandi, Paolo Lazzati, Marco e Maria Rosario (nipote di Giuseppe Lazzati) Niada i fondatori. Nell’arco di vent’anni sono state costruite 22 scuole per 8000 studenti nei villaggi sperduti dell’Afghanistan. Il 4 ottobre 2009 il Comitato Arghosha  organizzò un evento a Milano. Ospite d’onore Sima Samar che disse: «Per noi l’istruzione è fondamentale sin dall’inizio. Sono convinta che l’unico modo per cambiare la mentalità della società sia proprio l’istruzione […] La comunità internazionale può aiutare le persone ad arrivare a cogliere tali opportunità anche attraverso il coinvolgimento delle donne, che in Afghanistan rappresentano la metà della società. Le donne devono necessariamente essere coinvolte nel processo di democratizzazione e di pace nel paese. Gli uomini da soli non sono in grado di farlo»

(L’Afghanistan di Sima, Segno nel mondo, n. 3, Marzo 2010, pp. 22-23).

Il gesto più dirompente, e profetico, è stato quello di molte donne che all’aeroporto di Kabul affidano ai militari, al console italiano, i loro bambini anche in fasce oltre il muro della disperazione.

 

Bisogna ascoltare le donne

Nella Bibbia i profeti e le donne intrecciano una amicizia tra profezia e femminile sottovalutata e trascurata che, paradossi della storia, nella tragedia afghana riemerge nel suo straziante dolore. I profeti e le donne afghane sono stati concreti non astratti. Hanno attivato processi senza occupare spazi di potere. Hanno parlato con le loro scelte, scegliendo sempre di celebrare la vita fino alla fine. A Kabul sono le donne che consegnano i bambini all’aeroporto ai militari, salvando la vita e il futuro dei figli, dell’Afghanistan. Le donne afghane ascoltano perché in questi vent’anni hanno visto la vita crescere nelle loro storie personali e collettive. Il rischio dell’Occidente e della Chiesa è quello di vedere la tragedia senza “ascoltare” il profondo delle donne. «L’ascolto – dice lo psichiatra Eugenio Borgna – non è un semplice ascolto di parole che raggiungono l’orecchio ma vita. Si ascolta anche con gli occhi e soprattutto con l’anima. Si ascoltano i silenzi e le emozioni» (Avvenire, 25 agosto ’21).

Da pochi giorni nel mondo è in esilio un patrimonio di competenze e potenzialità straordinarie! Si tratta di parte della futura classe dirigente dell’Afghanistan. «L’Occidente – dice Antonella Mariani – non deve lasciare morire in una generazione di afghane (e afghani) – la più vulnerabile alle ritorsioni dei talebani – la speranza in un futuro diverso per il proprio Paese, speranze che esso stesso ha instillato. Le donne e le ragazze afghane stanno per perdere la loro dignità e la loro libertà, non possiamo lasciarle sole». Per Marco Niada del  Comitato Arghosha: «Bisogna mantenere viva la speranza. Tenendo a mente che 11 milioni di giovani oggi a scuola e 300mila all’università sono una formidabile realtà da cui dipende il futuro del Paese. Ignorarla sarebbe pazzia» (Il Sole 24 Ore, 29 agosto ’21)