Laura Caruso prova con ironia a raccontare dei suoi incontri con giovani venditrici e suggerisce uno stile semplice ma non scontato per vivere nel difficile mondo del lavoro

di Laura Caruso

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Vorrei dire, alla ragazza che oggi mi ha proposto “Sconti per palestre e piscine?”, e alla quale ho risposto un cordiale “no, grazie”, e che ha sussurrato un “ne avrebbe bisogno, signora”, che la sordità non è un effetto collaterale dell’obesità, e che l’ho sentita perfettamente, ma le ho sorriso lo stesso.

Vorrei dire, all’altra ragazza che qualche giorno fa ha chiamato sul fisso di casa, offrendomi una promozione telefonica, e alla quale io ho abbozzato un benevolo “no, guardi, la ringrazio…”, e che mi ha ribattuto acida “ma di che cosa mi ringrazia? Non mi ha neppure lasciato parlare!”, vorrei dire a questa ragazza, dicevo, che il mio era solo un modo di dire: un modo di dire “non vorrei essere disturbata” con un giro di parole più delicato, e che lei non ha il diritto di parlarmi né io ho il dovere di ascoltarla.

Vorrei dire, a tutti questi giovani, che mi spiace vederli impegnati in lavori così sgradevoli, mal pagati, instabili, e che è un po’ colpa mia: di quelli della mia generazione, intendo, perché non siamo stati capaci di creare le condizioni perché non lavorassero in questo modo degradante.
Ma vorrei anche dire che un po’, invece, è pure colpa loro, perché è vero: trenta, quarant’anni fa, un giovane che studiava di solito trovava un lavoro adeguato alle sue capacità e alle sue competenze, pagato il giusto, stabile, ma è pur vero che comunque, se sei davvero in gamba, molto velocemente riesci a smettere di distribuire volantini fermando i passanti o telefonare a casa della gente per infastidire, e a trovare un’occupazione decente.

Vorrei dire che tutti ci sentiamo molto in gamba, ma non tutti lo siamo, e vorrei dire che dobbiamo farcene una ragione e accogliere con umiltà i nostri limiti, anche quello di non essere speciali e formidabili, accettando di essere come tanti altri, destinati a fare lavori che non amiamo, magari per tutta la vita.

Vorrei dire, anzi, raccontare, che alla fine degli anni ottanta entravo in un moderno ufficio di una grandissima impresa, dopo aver superato una stretta selezione del “programma di inserimento di laureati ad alto potenziale”, si chiamava così, e vorrei dire, anzi raccontare, che il primo giorno mi fu presentato il mio capo, che mi chiese: “tu fai parte della selezione dei laureati ad alto potenziale?”, e vorrei raccontare che io risposi “sì” mostrando tutti i denti in un sorriso che significava “sì, sono proprio io, il fenomeno, e sono qui per dimostrare le mie eccellenti competenze e capacità”, e vorrei raccontare che invece, lui, mi mise in mano una pila di fatture e mi disse “e allora fammi queste fotocopie velocemente, per cortesia”, lasciando raggelare il mio sorriso e anche tutte le mie ansie di vana gloria.

E vorrei raccontare che in quell’istante pensai, che fosse molto sgarbato, che lo pensai ma non lo dissi, né lo sussurrai: lo pensai e basta, e andai a fare le fotocopie, e feci fotocopie per molti giorni, settimane, mesi, e poi ottenni delle promozioni, e tre anni dopo avevo lo stesso inquadramento che il mio capo aveva raggiunto in decenni, e che quando decisi di andarmene mi proposero di prendere il suo posto e subordinarlo a me, ma io non volli, anche se sarebbe stato un simpatico modo di dimenticare lo sgradevole approccio iniziale che il ragioniere ebbe con me, mentre preferì andarmene e quando lo rividi per strada, molti anni dopo, lo salutai calorosamente e lui mi abbracciò, perché “ero la sua punta di diamante”, così disse, e io ancora credo che mi abbia insegnato qualcosa di fondamentale nel lavoro e che lo abbia fatto nel momento giusto: subito, all’inizio; mi insegnò il valore dell’umiltà, e gliene sono grata.

Vorrei dire, a questi giovani, che l’insofferenza nel lavoro è un ingrediente di base come i leganti in cucina, le uova, la panna, che possono anche stuccare un po’, ma in un pasto completo ce li ritroviamo sempre, anche quando abbiamo fatto carriera, e che il modo più ragionevole e proficuo di digerire questa insofferenza è masticarla lentamente e mandarla giù, senza sputarla in faccia al primo che abbiamo di fronte, e che questa non si chiama “sottomissione”, ma buon senso e pazienza.

Vorrei dire, infine, che non so se ho fatto una gran carriera, ma so che faccio il lavoro per cui sono preparata, sono pagata il giusto e a volte anche di più, la gente mi si rivolge con cortesia e rispetto e che tutto questo è decisamente piacevole, e che se dovessi svelare quale sia il segreto di questo che considero un successo, non avrei esitazioni.

Il segreto è non aver mai sbattuto porte, sbraitato, offeso, alzato i toni, negato un’ora di permesso a qualcuno, abusato di un potere.

Il segreto, in una sola parola, si chiama garbo, e vale parecchio più di qualsiasi abilità o competenza tecnica.
Se poi ci sono anche quelle, tutto è davvero in discesa.