“La poesia del lavoro” promosso dalla Cisl di Milano, che quest’anno ha avuto rilevanza nazionale. I componimenti migliori sono stati premiati, sabato 24 aprile, alle ore 10, presso la prestigiosa Sala Alessi, a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano.

Fulvio Colombo

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Buongiorno a tutti.

Prima di tutto voglio portarvi il saluto di Walter Magnoni e della Pastorale sociale e del lavoro dell’Arcidiocesi di Milano.

Don Walter è molto dispiaciuto di non poter essere presente qui oggi, sia per il significato di questa iniziativa promossa ormai da alcuni anni dalla Cisl di Milano, sia, soprattutto, perché quest’anno avete deciso di dedicarla a don Raffaello Ciccone, per moltissimi anni Responsabile della Pastorale del Lavoro della Diocesi di Milano. Per questo motivo ci teneva molto ad esserci, ma purtroppo la necessità di partecipare a un incontro non previsto, glielo ha impedito … per cui vi dovrete accontentare di quanto, sicuramente in modo meno significativo, potrò dirvi.

 

In questi ultimi giorni ho avuto comunque modo di parlare con lui e c’è un aspetto importante che lega la vostra iniziativa a don Raffaello.

Don Walter è molto grato ad Ada, la sorella di don Raffaello, che mostrandogli la sua biblioteca gli ha fatto scoprire una dimensione che non conosceva. Chi ha avuto modo di frequentare don Raffaello non si meraviglierebbe della grande quantità di libri che costituivano la sua biblioteca:  don Walter ha spesso utilizzato l’espressione “uomo di parola e uomo della parola” come possibile sintesi della sua storia e del suo cammino in mezzo a noi.

Ma la biblioteca di don Raffaello non era scontata: accanto ai libri che, potremmo dire in modo improprio, raccontavano il “suo mestiere” … testi di riflessione biblica e teologica, libri sull’evoluzione dell’economia e del lavoro … ce ne erano molti altri che erano il segno di un grande desiderio di conoscere, apprendere, di comprendere; un desiderio di cultura, potrebbe essere la sintesi, ma nel senso vero di questo termine che richiama il lavoro manuale (don Raffaello spesso ci richiamava a riscoprirne il senso), quello agricolo del coltivare, fatto della fatica di arare, seminare, aspettare, custodire … per poi scoprire la bellezza, la poesia anche, del seme che si fa pianta e frutto. La sua biblioteca era in modo inaspettato ricca anche di testi di poesia.

 

Mi è capitato spesso di essere contattato da don Raffaello che mi invitava ad andare a trovarlo, non per programmare iniziative o incontri, ma perché voleva comprendere e conoscere cosa succedeva nel mondo del lavoro … non era una sete di informazioni fine a se stessa, ma, come afferma il testo biblico, di quella sapienza che “tutto conosce e tutto comprende”, ci guida prudentemente nelle nostre azioni e ci proteggerà con la sua gloria.

In una omelia, in occasione della Santa Messa per il Natale nella sede della Cisl di via Tadino, diceva che Maria è la prima sindacalista della nostra storia (“ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”), una sindacalista consapevole della sua umiltà, e per questo altrettanto consapevole che l’Onnipotente poteva realizzare grandi cose in lei.

E questa consapevolezza si è fatta canto e poesia nel Magnificat.

Papa Francesco incontrando il mondo del lavoro in Messico ha detto che voleva sottolineare due parole, dialogo e incontro. E proseguiva così: “Non stancarsi di dialogare. Le guerre si generano, a poco a poco, per il mutismo e per la mancanza di incontro. Ovviamente non è sufficiente dialogare e incontrarsi, ma oggi non possiamo permetterci il lusso di tagliare qualsiasi possibilità di incontro, qualsiasi possibilità di discussione, di confronto, di ricerca. E’ l’unico modo che abbiamo per poter costruire il domani, per tenere relazioni durature in grado di generare quell’assetto necessario che, a poco a poco, ricostruirà i legami sociali logorati dalla mancanza di comunicazione, logorati dalla mancanza di rispetto minimo richiesti da una sana convivenza.”

 

La sete di sapienza, di dialogo, di incontro di don Raffaello si è tradotta in una forma particolare di poesia, nei suoi racconti augurali per il Natale e per la Pasqua che lui chiamava, rifacendosi alla tradizione ebraica, Midrash. I protagonisti sono sempre gente comune, i poveri, o meglio i poveri di Javhè.

Vorrei leggervi una parte significativa del suo Midrash per il Natale del 2004, cui ha dato come titolo un “Natale disarmato”.

“Ognuno tiri le sue conclusioni da ciò che sta vivendo. La grande fatica e la grande speranza. Anche il primo Natale fu così: sottomissione all’esercito di Roma e attesa del Messia… Natale viene come contestazione perché il suo messaggio è grande, fuori degli schemi, paradossale, assurdo.”

Proseguiva riportando un pensiero comune, adulto (!?): “Il Natale è una presa in giro ed un’illusione che non regge oltre le 24 ore: viene per chi ama ancora la poesia o vive nell’ingenuità della fanciullezza. Che cosa può voler dire a noi adulti se non:

-Fermatevi un momento, riposatevi su un vostro passato, chiudete gli occhi ed aprite le orecchie alla musica e alla nostalgia! – Quando li riaprirete, i vostri occhi saranno lucidi di commozione, ma dovrete nascondere i vostri sentimenti perché la realtà raggela.”

Don Raffaello così riprende: “A noi adulti interessa che il Natale si faccia presente, lontano dai sogni e dalle fiabe. Il Natale ha un messaggio e vuole comunicarlo perché è una Parola di Dio che si fa carne, è presenza nell’oggi di tutti i tempi, è progetto, è utopia da seguire, è notizia cantata ai poveri e ai lavoratori della notte.

E’ proposta

ai lavoratori e a chi è disoccupato, agli imprenditori e ai dipendenti,

a chi studia e a chi non studia,a chi è padre e a chi è madre,

a chi spera e a chi non attende niente,a chi è felice e a chi sta soffrendo,

a chi è malato e a chi è sano, ai preti e ai laici,

e l’elenco può continuare, basta che incroci una o più volte la vita di ciascuno di noi per renderla attenta ai messaggi nuovi.

Ognuno ha il desiderio di una stabilità e ognuno attende una soluzione …

Ognuno si pensi nel suo Natale per ciò che ha e per ciò che la nascita di questo bambino, segno della gloria di Dio e della disponibilità di una semplice famiglia, può portare. In tal modo, non si sentirà un frequentatore occasionale di presepi, ma troverà un messaggio tutto suo, pronto per ogni giorno a risplendere in ogni notte dell’anno, anche senza il canto degli angeli.”

Questo testo, questo midrash, mi sembra possa essere il segno dell’importanza di questa iniziativa della Cisl di Milano, perché rappresenta l’opportunità di riscoprire una dimensione dimenticata ma profondamente presente nel lavoro, che non è soltanto prosa ma anche poesia.

In don Raffaello la sapienza, la cultura è diventata capacità e volontà di pensiero, espresso in varie forme e modi, anche attraverso la poesia, perché potesse incontrare tutti senza rinunciare mai al di più che genera speranza.

 

Vorrei concludere con un’altra citazione di don Raffaello: oggi avete ricordato Sandro Pastore, che ho avuto il privilegio di conoscere e che era animato dallo stesso desiderio di sapienza, cultura e poesia (ne ha scritte molte in dialetto milanese), non come possesso ma come dono.

Le parole di don Raffaello sono quelle che ha pronunciato in occasione della morte di un amico sindacalista che molti di voi conoscono, Vito Milano, e sono rivolte soprattutto ai sindacalisti.

“… C’è una fedeltà alla vita ed una fedeltà alle scelte di valore, gradita e custodita dal Signore. Nessuno la può macchiare, svalutare, deformare … C’è molta paura e diffidenza, c’è un benessere che porta alla dissoluzione di problemi comuni, c’è disorientamento. E’ proprio per questo, in un tale sfoltimento di sogni e di progetti veri, misurabili con un cammino coraggioso di tutti, che la presenza e l’operosità fedele ci fanno apprezzare ancor più la condivisione della fatica e la comprensione della lacerazione della vita in coloro che non vedono riconosciuti i diritti e non trovano una garanzia di valori …

Un segno particolare è l’ascolto… nessuno, più di un sindacalista, ha bisogno di conoscere la vita, le persone, il loro lavoro, le loro fatiche e le loro speranze e le loro delusioni. Non ci si può rifugiare nella burocrazia … Altrimenti un sindacalista non capisce più nulla e il volto dei lavoratori diventa anonimo, insignificante, soltanto portatore di problemi e di fatiche …  i sindacalisti, spesso, sono l’ultimo anello di una realtà che si scioglie e si evapora, e sono, spesso, l’ultima spiaggia per chi cerca lavoro e garanzia. Nessun altro sente la responsabilità di occuparsi di ciascuno. Si va a statistica …”

E concludeva con un saluto che possiamo oggi rivolgere a lui: ” ha incontrato, proprio per questo, tanti amici o se li è conquistati lungo la strada. Essi, riconoscenti della sua trasparenza e della sua coerenza, lo hanno stimato ed aiutato. E’ bello ritrovare nel sindacato questo concatenamento di amicizia e di fiducia, mentre matura la propria vocazione originaria.”

 

Credo che la fatica e il pensiero delle tante persone, uomini e donne, che hanno scritto le poesie che partecipano a questo premio, possano rappresentare un incoraggiamento e una speranza per “scoprire più profondamente il senso della nostra vita.”