«Alla vita – dice lo scrittore argentino Ernesto Sabato – basta lo spazio di una crepa per rinascere» Tre donne tessitrici di speranza.

di Silvio MENGOTTO

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«Come sarebbe bello se, mentre scopriamo nuovi pianeti lontani, riscoprissimo i bisogni del fratello e della sorella che mi orbitano attorno» (Fratelli tutti, n. 31). E’ la sfida che, questa seconda ondata della pandemia, ci sta ponendo nella sua tremenda radicalità. Le storie di Maddalena, insegnante elementare, di Maria Teresa Antognazza, mamma e giornalista e di Lucia Rocco, responsabile di una scuola dell’infanzia nel quartiere di Precotto (Milano) sono diverse ma, ognuna con la propria sensibilità, avvertono questa preoccupazione per un futuro presente nel quotidiano: gli alunni, la famiglia, i bambini. Storie non di protesta perché cercano una proposta per costruire ponti alla speranza, contro il pericoloso muro della disperazione.  La speranza è diversa dall’ottimismo. «Non è la convinzione – scriveva Vàclav Havel – che una cosa andrà bene, ma la certezza che quella cosa abbia un senso indipendentemente da come andrà a finire».

«Purtroppo sono ancora a casa in quarantena. Gli alunni più fragili rischiano di perdere l’anno scolastico. Sto male». E’ il messaggio secco di Maddalena (nome di fantasia) insegnante elementare della scuola elementare di via Mattei (Milano). Con l’inizio del nuovo anno scolastico, la classe di Maddalena è stata ospitata dalla parrocchia di Cristo re. Nell’arco di pochi giorni, causa la positività al Covid-19, per ben due volte è andata in quarantena. La didattica a distanza, se pur necessaria, non entusiasma Maddalena.  E’ convinta che per i bambini delle elementari è indispensabile la presenza della maestra nella classe non virtuale. Le emozioni e la comunicazione dei sentimenti non sono possibili anche con l’ausilio di formidabili strumenti tecnici della comunicazione. La maggiore preoccupazione di Maddalena è per gli alunni privi di computer o di una famiglia che li possa aiutare nell’uso delle nuove tecnologie della comunicazione.

Anche la giornalista Maria Teresa Antognazza, da pochi giorni in quarantena, vive un profondo disagio. In una lettera, resa pubblica, scrive: «Positiva al Covid-19, insieme a mio figlio minore, siamo in quarantena obbligatoria; in isolamento fiduciario mio marito e un altro figlio, quindi anche loro tappati in casa con divieto di uscire e di frequentarci. Sperimento sulla mia pelle quello che da giorni leggo sui giornali e scrivo. Il sistema è già al collasso».

Per Lucia Rocco, coordinatrice della scuola dell’infanzia parrocchiale Luigi Cislaghi, è stata una strada tutta in salita, ma la scuola dell’infanzia ha ripreso le attività per un servizio a 80 bambini (3-5 anni) grazie all’impegno e alla responsabilità delle undici insegnanti e delle 70 famiglie. Un “noi” contro l’”io” dilagante. In piena estate il lavoro organizzativo non si è mai interrotto. «L’obiettivo – dice Lucia Rocco – era quello di avere un’idea chiara. Un progetto credibile». Per non commettere passi falsi si sono spulciati tantissimi documenti governativi, regionali e del Comitato tecnico scientifico. In questo impegno, quasi quotidiano, «abbiamo scoperto – continua Lucia Rocco – delle modalità diverse di fare scuola che hanno messo in risalto, se pur a distanza, di quanto sia forte, e importante, per un bambino la relazione con la sua maestra». Mesi di fatiche che hanno permesso di capire l’importanza di costruire insieme. «Parlo sempre al plurale – precisa Lucia Rocco – con il “noi” perché la scuola non può essere fatta da singole persone». La situazione all’inizio sembrava un muro invalicabile. Ma, come dice lo scrittore argentino Ernesto Sabato «alla vita basta lo spazio di una crepa per rinascere». Da quella piccola crepa intravista «è entrata la luce – conclude Lucia Rocco – che ci ha permesso di ripartire. Oggi, nel disagio di dover rilevare la temperatura al genitore che accompagna il figlio, ho la possibilità di incontrare ogni mattina tutte le famiglie. Questa è una ricchezza grandissima, come coordinatrice e come persona. Dalle loro parole, dal saluto viene la spinta di ripartire ogni mattina tutti i giorni».

Tre storie che chiedono un senso alla vita e vivere una diversa normalità. C’è una “normalità”, invocata da molti, malata da tempo. In realtà la pandemia, nella sua brutalità, ha evidenziato una società (a livello mondiale) malata anche di un altro virus spaventoso e pericoloso: l’individualismo anarchico. Per questo, ricorda papa Francesco, la pandemia non è solo una crisi sanitaria, ma anche sociale, economica, ecologica, di valori disattesi che hanno creato il muro dell’indifferenza e l’incultura dello scarto dove soffrono milioni di persone nel pianeta terra, cioè i fratelli e le sorelle che ci «orbitano attorno».