In questo anno, soprattutto a partire dalla biblioteca e dai racconti di tanti amici abbiamo potuto conoscere ancora di più il profilo di un prete che aveva uno sguardo limpido e sapeva ascoltare. Abbiamo tutti tanto da imparare.

di Walter Magnoni

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Un anno è già trascorso da quel 30 aprile 2015 in cui il mio cellulare si è riempito di messaggi tutti dello stesso tipo: “don Raffaello ci ha lasciato”. Avevamo da poco vissuto la Veglia per il Lavoro a Lecco e sapevamo che la vita di Raffaello si stava lentamente spegnendo.

Io al funerale non ho detto nulla, ho partecipato con grande dolore e affetto e ho visto i tanti volti di amici che avevano goduto della sua parola saggia e schietta.

Dopo la morte, su invito della sorella Ada, sono stato nella casa di Sesto San Giovanni dove don Raffaello viveva e lì sono rimasto impressionato dai libri di questo prete. Quest’uomo leggeva di tutto, segno di un cuore che ardeva per tutto ciò che di umano esiste. I libri erano in ogni dove e su moltissimi temi: religione, filosofia, letteratura, poesia, arte, economia, diritto, sociologia, scienza, teatro, spiritualità, Bibbia, politica. Libri letti, sottolineati e glossati. Libri antichi e recenti; libri italiani e libri stranieri; alcuni testi doppi o anche tripli, alcuni ancora pronti per essere letti. Tra questi con una certa commozione ho scorto anche la mia tesi di dottorato sul cui argomento una volta mi ero confrontato proprio con don Raffaello in quella casa quando lui era convalescente ed io stavo muovendo i primi passi nel dedalo della Pastorale del lavoro.

Tra i libri tante cartoline scritte da amici, piene di affetto e riconoscenza.

I libri mi hanno aiutato a conoscere di più questo prete che ho avuto l’onore e l’onere di sostituire nella Pastorale sociale. Don Raffaello è sempre stato rispettoso del mio operato, mai invadente o giudicante. Più volte ha partecipato ad incontri dove io ero il relatore e ascoltava prendendo appunti. Certo lui avrebbe di sicuro avuto parole più sagge delle mie.

Tante volte passava dal mio ufficio in Curia il mercoledì prima della messa alle Acli e alcune confidenze raccolte le considero tesoro prezioso e non raccontabile. Parlavamo della Diocesi, delle Acli, del mondo del lavoro, del sindacato, della situazione politica. Il nostro era un dialogo franco, senza troppi fronzoli e devo dire che oggi sento ancora più vere alcune sue previsioni su questi mondi.

Come ho detto in altre occasioni, don Raffaello è stato uomo di parola e uomo della Parola. Io vorrei avere la sua stessa passione per la Parola, lasciare che questa permei un po’ di più la mia povera vita e vorrei conquistare quella parresia e trasparenza che ho sempre scorto in questo uomo semplice.

Don Raffaello era un uomo che si poneva con un basso profilo, disponibile al dialogo con tutti. Lo incontravi e non ti dava mai l’impressione di avere fretta, sul suo volto c’erano le rughe, ma era assente la frenesia di chi si sente sempre inseguito dagli impegni.

Concludo con una rima che sento vera per me: io che spesso corro e non so ascoltare da Raffaello tante cose ho ancora da imparare.