Donatella Salambat scrive una riflessione in risposta all'articolo di Laura Caruso con l'intento di dare un altro punto di vista...

di Donatella Salambat

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Il lavoro serve per produrre ricchezza per un utilità che può essere individuale o generale, ma se non c’è? È lecito disturbare i passanti o telefonare offrendo abbonamenti vari o sconti su qualsiasi bene di consumo, violando la privacy? È giusto accettare lavori malpagati o subire umiliazioni ben peggiori di fare le fotocopie? Il lavoro non deve renderci migliori o essere qualcosa in cui distinguerci? Oppure qualsiasi professione che decidiamo di intraprendere, al di là, di ciò che sono le nostre potenzialità o aspettative, non dovrebbe conferirci rispetto e dignità?

La crisi economica esplosa in tutto il continente Europeo ha avuto conseguenze sociali e politiche molto gravi provocando uno squilibrio traumatico ed anche uno stato permanente di disorganicità e una totale mancanza e corrispondenza tra valori e stili di vita.

Nel nostro Paese la realtà sociale è fondata su una totale diseguaglianza economica. Negli ultimi vent’anni ogni governo, in stretta collaborazione con le principali sigle sindacali, ha creato svariate forme di contratti di lavoro portando ogni persona ad accettare impieghi sempre più precari fino ad arrivare alla perdita di molti posti di lavoro. Tutto ciò ha toccato operai, laureati (anche con alte potenzialità) ed è stata una vera mattanza indiscriminata che non ha tenuto conto di abilità, competenze tecniche, esperienza, sesso, età  e del senso di umiltà che ogni lavoratore acquisisce durante la vita professionale. .

Quanto sopra riportato è la riflessione relativa ad un articolo letto recentemente che oserei definire “bizzarro”.

L’autrice si rivolge ad una particolare categoria di lavoratori, le giovani venditrici, che spesso per strada o al telefono di casa la importunano. Questa situazione, che credo si stata vissuta da tutti noi, porta ad incontrare persone che sono a volte maleducate, esprimono pareri non richiesti o hanno poca pazienza. Mi permetto di lanciare una parola in loro difesa. Forse lo sono perché passano ore in strada sia in inverno al gelo o in estate al caldo soffocante, distribuendo volantini che verranno gettati via in qualche cestino a pochi metri da loro, nell’assoluta indifferenza dei passanti. È anche vero che tutto questo non giustifica la loro mancanza di educazione, ma spesso dimentichiamo che queste ragazze così come tanti altri giovani che lavorano presso i call center o servono nei bar, con una laurea in tasca magari conseguita con fatica, svolgono lavori mal pagati e umilianti impegnandosi ogni giorno senza lamentarsi e con entusiasmo con la sola speranza di trovare un’opportunità che non si sa se mai arriverà e che possa finalmente cambiare la loro vita. Credo sia corretto il diritto di trattarli con più indulgenza. Vivono un momento difficile ed è vergognoso pretendere che accettino i lavori che svolgono come l’unica scelta ragionevole. 

La disoccupazione che affligge la società in cui viviamo è in continua evoluzione ed oggi i lavoratori, almeno quei pochi che oggi ancora lavorano, vedono aumentare le discriminazioni nei loro confronti, perché per la paura di perdere l’impiego sono disposti a subire ogni cambiamento e restrizione consapevoli che nel futuro il posto di lavoro diverrà un bene sempre più raro da trovare, forse agli imprenditori o ai datori di lavoro con scarso senso di civiltà  andrebbe insegnato un po’ di garbo ed il significato di umiltà.

Negli ultimi mesi anche Papa Franscesco ha affrontato il difficile problema della disoccupazione generata dalla crisi economica, politica e sociale che ha colpito non solo l’Italia ma anche  il resto del mondo. Il Pontefice ha chiesto alla Chiesa di assumere il ruolo di testimone di un modo diverso di fare, agire e di vivere. Tutto ciò è molto difficile a causa della complessità della vita stessa; in ogni caso il lavoro resta un diritto fondamentale dell’uomo. Mi sono chiesta, non è che tali parole valgono anche per le giovani venditrici poco educate?

Io credo di si; il lavoro è un bene troppo prezioso e non può essere oggetto di discriminazioni superficiali; laureati o no, tutte le persone che lavorano meritano rispetto e ciò non deve derivare da “altre potenzialità”, ma dal fatto che si parla di essere umani. Ciò conta più di ogni altra cosa.