Un sistema che tiene, ma sempre più polarizzato: è il profilo della mondo del lavoro in provincia di Varese, alla luce di una nuova ricerca curata dalla Acli e presentata al Collegio De Filippi pochi giorni fa. Alcune attenzioni appaiono urgenti

Sergio Massironi

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La mattina di sabato 10 novembre, a Varese, è stata presentata la ricerca “Nonostante la crisi. La qualità del lavoro in una provincia industriale lombarda: uno studio quantitativo della ACLI provinciali di Varese”. Ero ospite alla tavola rotonda, un momento di vero dibattito, di quelli da società civile matura. Due sono gli aspetti che mi hanno colpito e che vorrei portare in rilievo. Il primo riguarda una forte polarizzazione che pare allontanare, specularmente, sia le persone, sia i territori. Nel quadro di un sistema dinamico, che ha reagito rapidamente alla crisi, “la ricerca pone in evidenza la posizione raggiunta da un gruppo di lavoratori: tecnici a elevata specializzazione, con retribuzioni maggiori, prospettive di carriera e miglioramento personale molto buone e, in generale, una soddisfazione personale e lavorativa elevata”. D’altra parte, “a fronte di questa élite professionale, c’è una larga fetta di occupati la cui vita professionale, nel migliore dei casi, procede in modo stanco, senza un sussulto”. Tra i lavoratori, dunque, “lungo la direttrice della specializzazione si separano e si diversificano condizioni in alcuni casi opposte, anche all’interno degli stessi comparti produttivi”. Questo costringe a modificare i paradigmi: “Un tempo le si chiamava «categorie», secondo il settore economico in cui si lavorava: i meccanici, i chimici, i tessili e così via. Oggi queste generalizzazioni non funzionano più, perché la differenza è data dalla professionalizzazione e dalla capacità di creare valore aggiunto con le competenze. Per coloro che non dispongono di questo bagaglio, il rischio è quello di una vita lavorativa piatta, o peggio costellata da cambiamenti di lavoro, ricominciando ogni volta dalla base, senza avere reali opportunità di scalata professionale”. Di qui la domanda: e chi non ce la fa? Detto bruscamente: l’intelligenza non è distribuita in modo equo; i talenti sono non solo diversi, ma distribuiti diversamente. Incontri molti ragazzi e mi chiedo: ci sarà posto per tutti? L’asticella per alcuni sembra troppo alta.

Quasi allo stesso modo, ci sono territori scartati. La provincia di Varese, a sud, gravita sempre più su Milano: città medio-grandi ormai assorbite nell’hinterland metropolitano; aree dinamiche, rapidamente connesse all’intero pianeta da un sistema di comunicazione e di trasporti d’eccellenza. Ad ovest e a nord, invece, paesaggi mozzafiato: laghi, montagne, boschi, villaggi. Un antico benessere, certo, ma con basi sempre più fragili. Qui le aziende più facilmente chiudono, non ripartono, se ne vanno. Si è parlato di “desertificazione” a proposito di un territorio ricchissimo, dove anche piccole aziende leader si trovano come abbandonate nei luoghi cari, divenuti improvvisamente troppo isolati, se l’ora d’auto che li separa dalla metropoli li rende periferici, estranei a un dinamismo esasperato. Il rischio è di un enorme spreco di potenzialità, di bellezza, di vita buona, di tradizione sociale e imprenditoriale. Che fare? Come essere resilienti? La rivoluzione industriale 4.0 rischia di generare un mondo in cui solo alcuni saranno necessari: davvero i migliori? Prevenire l’abbaglio significa indicare fin d’ora che tutto è connesso. Non si vince da soli. Non si sopravvive in un deserto.

Il secondo aspetto che mi ha colpito riguarda invece il ruolo dei singoli. “L’azione delle organizzazioni dei lavoratori, da sola, non è sufficiente a garantire e a promuovere una sana cultura del lavoro. L’elemento determinante restano il lavoratore e la sua capacità di controllare, e non subire, il processo produttivo“. Controllo qui significa tecnicamente libertà di dare la propria impronta a ciò che si fa. “È dunque la leva individuale ad influire di più sulla qualità del lavoro”. Mi chiede il moderatore che cosa pensi dell’imprenditore. Rinvio all’elogio che ne fa papa Francesco nel suo dialogo di Genova con i lavoratori, ma soprattutto descrivo i miei alunni di liceo: se non parlano con calore di partiti, chiese, sindacati, intensa è la propensione all’impresa, al far di sé  stessi quasi un esperimento. Rischioso, certo, ma attuale. Io credo la predisposizione a giocarsi non vada né delusa, né sfruttata. Va sostenuta, perché – al di là della professione che riusciranno ad avere – la dignità è connessa al rimboccarsi le maniche, al farsi venire idee, al cimentarsi con la realtà. I giovani lo sanno: niente per loro è più automatico, nulla è garantito. Eppure, perché ciascuno fiorisca, bisogna che gli altri non siano una minaccia. È la trappola della competizione, la menzogna del merito, che importati a scuola arrivano a fare già di una classe un campo di battaglia. Nel tutto contro tutti non si va da nessuna parte. Il buon competere è bilanciato da un profondo senso di interdipendenza: sentirsi grati, essere parte. Di un gruppo, di un’azienda, di un territorio, del proprio Paese. Crescere è un esercizio corale. L’imprenditrice seduta al mio fianco ricorda il suo passato sportivo, da campionessa di canottaggio. E dice a tutti che ogni lavoro chiede lo stesso spirito di squadra.