Si è svolto il Convegno della Vigilia in vista della Giornata della solidarietà. Per chi non avesse potuto partecipare diamo un primo parziale resoconto mettendo a disposizione l’intervento del Responsabile della Pastorale Sociale

di Walter MAGNONI

Questo convegno s’inserisce dentro un processo avviato in questo anno pastorale e dentro il quale abbiamo chiesto ai vari territori della nostra Diocesi di provare a costruire un dialogo col loro territorio al fine di ricercare con tutti gli uomini di buona volontà azioni comuni per rendere più bello l’ambiente in cui viviamo. Come strumento per promuovere questa azione abbiamo suggerito la cosiddetta “lettera alla città”: ovvero uno scritto dove i cristiani provano a mettersi in gioco chiamando a lavorare insieme, su progetti concreti, tutti coloro che si riconoscono nell’idealità pensata.

Ho potuto constatare un vero interesse da parte di alcuni territori e in ogni caso ho notato quanto vi sia bisogno di un lavoro che parta dal territorio e metta in relazione vari soggetti, imparando la difficile arte del lavorare insieme. Nella seconda parte di questa mattinata ci sarà spazio per raccontarci come ci stiamo muovendo, lasciando la parola al racconto di chi sta provando a costruire dialoghi di vita buona dal basso.

La scelta di svolgere il convegno a Cinisello è legata al debito di riconoscenza che abbiamo con questa città, luogo dove per la prima volta si è scritta la “lettera alla città”. Inoltre, siamo grati alla ditta Geico per la gentilissima ospitalità. Questo è un luogo dove si produce e col lavoro si cerca di far crescere la società. Anche il fare impresa, soprattutto se fatto con stile responsabile, è un modo fondamentale per costruire la città solidale.

In questo processo abbiamo inserito anche i nostri ritiri di Avvento e Quaresima e per aiutare i partecipanti a cogliere lo stile con cui abitare la città, in questo anno abbiamo scelto di lasciarci guidare dalla figura di Madeleine Delbrel, una donna che ha abitato le periferie di Parigi e ha costruito trame di relazione decisive per affrontare soprattutto il tempo difficile della guerra e della ricostruzione del Paese.

A inizio anni ’40 Madelaine scrive una riflessione per le Assistenti sociali e parla anche della città. Parla di come lei e le sue compagne hanno iniziato sempre di più a conoscere la città. «Durante il nostro cammino abbiamo incontrato il passato e lo abbiamo ascoltato: qui un edificio antico, un cortile dal cancello di ferro battuto, là un muro di pietre segnate dalle intemperie che circonda un giardino pieno di piante di gusto antico. Se aveste la fortuna di avere un libro che vi raccontasse scrupolosamente e fin nei minimi particolari la storia della città attraverso i secoli, sareste in grado, passeggiando, di evocare l’immagine di qualche uomo galante o qualche dama devota che calpestarono le stesse pietre e lavorarono un tempo al bene della città.

Siamo passate davanti alle scuole all’ora di entrata e di uscita e abbiamo così fatto conoscenza dei bambini. Siamo passati davanti alle fabbriche all’ingresso e all’uscita dal lavoro.

Ci siamo recate nei mercati per incontrare le casalinghe.

Ci siamo trattenute in municipio, abbiamo osservato l’atrio.

Se c’era un porto lo abbiamo visitato; se c’era una stazione, abbiamo preso i treni di periferia»[1].

Colpisce nei suoi scritti il desiderio di questa donna d’immergersi nella città e nella sua vita quotidiana per comprenderne i meccanismi.

Una città solidale parte da persone che la abitano e si sforzano di comprenderne le potenzialità, le fatiche e le risorse.

Ma vi è anche una dimensione da non sottovalutare e che in un’epoca come la nostra chiede di essere presa in serio esame. La dico con una domanda: com’è la relazione con noi stessi?

C’è un detto di Antonio il grande, considerato l’iniziatore del monachesimo dove si narrano queste parole: «Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare e quella del vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore»[2].

Cos’è questa guerra del cuore?

Possiamo dare a tale battaglia tanti nomi, ma tutti passiamo dal crogiuolo di un cuore che deve trovare pace.

Per essere solidali e costruire una città solidale, ritengo che anzitutto vi sia un lavoro da fare su noi stessi. Troppe volte rischiamo di dare per scontato il conflitto interiore che si trascina in noi e non ci permette di gustare i giorni che ci sono dati.

Mi ha molto colpito il suicidio di un giovane disoccupato e la sua lettera scritta prima di compiere quel gesto disperato. Ogni volta che sento di un suicidio per un attimo mi manca il fiato. Anche in questa settimana ci sono stati suicidi di giovani. Una ragazza di cui conosco il padre si è buttata dall’auto su cui viaggiava col padre ed è stata schiacciata dal camion che li seguiva; un ragazza in Liguria si è buttato dalla finestra durante un’ispezione delle forze dell’ordine alla ricerca del fumo che aveva illegalmente. Mercoledì a Milano la linea verde ha subito ritardi per un altro suicidio. Cosa può portare una persona a decidere che non vale più la pena di alzarsi di nuovo a vedere il sole che ancora sorge?

Un filosofo amico, Giovanni Grandi ha scritto un testo intitolato: «Alter-nativi. Prospettive sul dialogo interiore»[3]. Questo libro, che riprende la prospettiva morale di San Tommaso, aiuta a ritornare sull’importanza del trovare pace dentro di noi, imparando a dialogare con l’alterità che è dentro di noi. È la sfida a vivere nella città trovando spazi di deserto per lasciare che si possa riflettere nel silenzio su ciò che accade fuori e dentro di noi.

Papa Francesco parlando del conflitto nella EG dice: «Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profonda della realtà» (EG 226). Però poi dopo aver mostrare lo stile col quale affrontare il conflitto, aggiunge: «l primo ambito in cui siamo chiamati a conquistare questa pacificazione nelle differenze è la propria interiorità, la propria vita, sempre minacciata dalla dispersione dialettica. Con cuori spezzati in mille frammenti sarà difficile costruire un’autentica pace sociale» (EG 229).

Vorrei ragionare con voi anche aiutato da un video, molto noto che a partire da una riflessione sulla pallavolo ci conduce a ragionare sui legami.

C’è un video del grande coach di Volley e non solo J. Velasco in cui parlando della pallavolo si parla della vita.

La colpa è sempre degli altri! Che sia chi riceve e chi alza la palla. Sembra di ascoltare il brano di Genesi 3: l’uomo incolpa la donna e la donna il serpente.

Noi siamo dentro a queste dinamiche ed è sempre possibile trovare un alibi per giustificare i nostri insuccessi. Anche la Pastorale sociale non è immune da questo rischio. La gente non ci ascolta, dice qualcuno. I preti non sono interessati alle tematiche del lavoro, dice qualcun altro. Siamo in pochi e anziani, dicono altri.

Assomigliamo troppo agli schiacciatori che vogliono la palla perfetta.

«Se la realtà è come è e non come voglio che sia, se la palla è bassa il mio cervello che è un computer straordinario deve aprire tutti i file con il titolo “palla alzata bassa” e in questi file ci sono le soluzioni per le palle arrivate basse che sicuramente non è schiacciarla come se fosse alta, questo è poco ma sicuro. Ci sono altre soluzioni, devi usare una di quelle. Se invece quando la palla è bassa lui non apre nessun file, oppure apre il file “Alzata”, certo che la strategia non la trova, perché invece di aprire il file, sta spendendo tempo a dire “Questa palla è un po’ bassa, secondo me!” e in tutto quel tempo lì la palla è persa» (Parole prese dal video che abbiamo fatto vedere).

Mi pare che qui ci sia uno stile che vale anche per noi. La città solidale è quella dove non si vede solo quello che l’altro sbaglia a fare, ma a partire da quella che è la realtà ci s’impegna a farla diventare il meglio che si riesce.

A Baranzate di Bollate don Paolo e i suoi collaboratori stanno provando a vivere così e quella realtà piena di etnie e apparentemente povera di risorse, sta diventando un modello sociale per molti. È solo un esempio, ma la direzione che vedo urgente è questa.

Ma c’è un altro aspetto che vedo urgente e che mi pare stia nella fatica a vivere insieme tra generazioni. Giovani e anziani, adulti e ragazzi spesso sono in perenne conflitto e non si capiscono. Paolini in un altro video ci dice qualcosa d’interessante, ai partecipanti al convegno lo abbiamo fatto vedere. Egli afferma:

«“Adulto” è il participio passato del verbo “adolescere”, colui che ha finito di crescere. Oggi conosco molti più “adulteri” che adulti. Adulteri a se stessi, ovviamente […]. Il mio, il nostro Paese oggi è questo, il più vecchio del pianeta; e lo guardiamo senza nemmeno accorgerci di quello che abbiamo sotto gli occhi. Abbiamo, sì, sotto gli occhi il cambiamento del paesaggio, ma addosso a noi non lo leggiamo. Perché? Perché noi non possiamo sentirci vecchi. Secondo gli italiani, si diventa vecchi a 83 anni; siccome l’attesa di vita è 81, secondo gli italiani si diventa vecchi dopo morti. Io vorrei chiedere ai miei coetanei per primi di fare outing. Dichiaratevi adulti, rinunciate a quella idea di giovinezza che ci viene venduta quotidianamente, perché c’è una confusione genetica mostruosa. Adulto è colui che si è giocato delle possibilità e deve vivere con quello che ha, il resto si è seccato; quello che sei in potenza da giovane non ce l’hai dopo; se non capisci questo, se impedisci a chi viene dopo di sorpassarti, è perché tu, cullato dal sogno di questa eterna giovinezza, rubi costantemente tutto ciò che viene prodotto da chi viene dopo di te, indossandolo in vario modo attorno a te, tu stai creando un blocco mostruoso che ci impedisce di leggere la realtà. Dichiaratevi adulti, prendetevi delle responsabilità».

Quali sono le responsabilità che dobbiamo prendere?

Mi sembrano almeno 3:

  1. Vi è una responsabilità verso la società ed è quella d’immaginare oggi i cambiamenti del lavoro e provare a innescare dinamiche virtuose per non arrivare impreparati a un domani che è già così alle porte. Ripeto cose scritte in questi giorni: «Il lavoro sta subendo fortissimi mutamenti e viviamo il tempo della cosiddetta rivoluzione industriale 4.0, dopo quella del carbone e della macchina a vapore; dopo quella del petrolio, dell’energia elettrica e della produzione di massa, e dopo quella più recente di internet e delle tecnologie dell’informazione e dell’automazione. Questa rivoluzione in atto tocca il campo dell’intelligenza artificiale (ovvero macchine capaci d’apprendere), della stampa 3D, delle nanotecnologie e delle biotecnologie. Si avvicina il momento in cui ci muoveremo su auto guidate senza il conducente. Inoltre il “big data” è algoritmo in grado di elaborare una quantità enorme di dati in tempi ridotti.

Tutto ciò ha prodotto grossi effetti sul mondo del lavoro che vede l’estinzione o il forte ridimensionamento di molte professioni storiche. Un esempio soltanto: il mondo bancario ha visto una riduzione di posti di lavoro di quasi ventimila unità solo negli ultimi anni e questo perché il sistema on-banking permette di fare da casa tutte le operazioni che solo fino a qualche anno fa necessitavano di uno sportello bancario. Ma si pensi anche alle vendite on-line e a quanto incidono sulle vendite al dettaglio».

Forse è finito il tempo delle analisi e inizia quello del attivare azioni concrete. È ritornare a un tempo che come già vissuto molte volte ha visto un protagonismo di uomini che hanno vissuto da cristiani facendo crescere la società. Si tratta di capire quali opportunità presenta questo tempo che si apre.

  1. Una seconda responsabilità tocca la politica. La società è cambiata, ma le logiche politiche sono rimaste immutate e la ricerca di potere appare schiacciante sul pensare a come migliorare la città in cui si vive. Sia a destra che a sinistra prevalgono i litigi e così le energie per pensare bene il bene sono sempre meno. I politici sembrano gli schiacciatori di cui parlava Velasco: sono sempre alla ricerca di qualcuno con cui prendersela anziché preoccuparsi di come fare per risolvere problemi anche urgenti. Faccio un esempio: per la Roma di oggi la vera priorità è davvero lo stadio?
  2. Una terza responsabilità è ecclesiale ed è il ritrovare il gusto di una vita secondo il Vangelo.

Penso alla sfida di comunità ecclesiali che respirino dentro la città, dove il culto e la vita siano intrecciati e si colga come l’evangelo è linfa per la quotidianità.

Concludo con le parole del Salmo: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” (Sal 90,12). Penso che il tempo che ci è dato non sia infinito e tutto non si possa fare. Per questo dobbiamo operare delle scelte col rischio di sbagliare. Ma guai a chi rimane inerte e non prova con tutte le sue energie a vivere al meglio i giorni che gli sono donati.

 

 

[1] M. Delbrel, Professione assistente sociale, Gribaudi, Milano 2009, 226-227.

[2] Antonio il Grande, Vita e detti dei padri del deserto (a cura di L. Mortari), Città Nuova, Roma 1999, 84.

[3] G. Grandi, Alter-nativi. Prospettive sul dialogo interiore, Edizioni Meudon, Trieste 2015.