L’emergenza ha mostrato quanto importante sia il lavoro di queste persone

di Luigi Scorca (economista, esperto di politiche pubbliche) e Fabio Di Nunno (giornalista)

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Durante le settimane del lockdown, i servizi di ristorazione al pubblico sono stati sospesi, ma non le consegne a domicilio fornite dalle piattaforme di delivery, che sono risultate essenziali per parte della popolazione, favorendone una minore mobilità: i rider hanno consegnato cibi pronti o altri beni muniti delle loro bici, rischiando il contagio nella speranza di garantirsi un introito. Sempre durante il lockdown, inoltre, alcune piattaforme hanno esteso le consegne anche ad altri prodotti, tra cui la spesa a domicilio[1] oppure il giornale[2].

I rider, che in Italia sono circa 10.000 unità, hanno lavorato per settimane senza che le piattaforme per le quali consegnavano fornissero loro quei dispositivi di protezione individuale (DPI) che tutte le aziende dovrebbero mettere a disposizione dei propri dipendenti (mascherine, guanti, gel).[3] Il nocciolo è proprio questo: le piattaforme di delivery come Deliveroo, Glovo, Just Eat, Foodys o Uber Eats, si considerano semplici mediatori tra gli esercenti ed i corrieri, con la conseguenza che questi lavoratori non risultano essere inquadrati come dipendenti, sebbene lo svolgimento delle proprie mansioni sia subordinato alle direttive fornite dalla piattaforma stessa.

Le operazioni svolte dalle piattaforme di consegna sono più di una semplice intermediazione (virtuale) tra diversi attori: le piattaforme smistano virtualmente gli ordini, tramite algoritmi, gestendo una rete di corrieri presente sul territorio cittadino; attraverso la geolocalizzazione, gli ordini sono infatti assegnati ai rider in base alla prossimità al luogo di prelievo del prodotto; le piattaforme inoltre indicano al lavoratore il percorso (routing) da seguire per effettuare la consegna e, infine, processano il pagamento. Tutto questo senza che al rider sia, di fatto, lasciata alcuna autonomia. Anzi, il rider è incentivato a seguire le indicazioni che vengono dalla piattaforma, in quanto al suo comportamento corrisponde una valutazione (un rating) che ha delle ricadute in termini di numero di consegne assegnate dalla piattaforma stessa.

I rider hanno più volte lamentato di non avere alcuna garanzia per quanto riguarda né la malattia né gli infortuni sul lavoro, e nemmeno i DPI per proteggere sé stessi e le persone con le quali entrano in contatto. Deliveroo ha attivato un fondo di supporto per i rider, grazie al quale coloro che contraggono il Covid-19 o quelli a cui l’autorità sanitaria impone l’isolamento possano avere diritto a un sostegno finanziario della durata massima di 14 giorni, nonché una polizza assicurativa gratuita per coloro che risultano essere positivi al Covid-19.[4]

I Carabinieri di Milano hanno avviato un’indagine[5] sulle piattaforme di delivery, riguardo a rischi sanitari nonché il rispetto degli standard di salute e sicurezza per i lavoratori: a tal proposito, sembra che le piattaforme avrebbero fornito in maniera parziale ed insufficiente ai rider il materiale necessario per ridurre il rischio sanitario dovuto al Covid-19, non garantendo così una distribuzione capillare dei DPI.

Il Comune di Milano, a partire dal 16 aprile, ha provveduto alla distribuzione di guanti e mascherine per i rider impegnati nelle consegne a domicilio.[6] I kit messi a disposizione contenevano 5 mascherine, 5 paia di guanti ed un volantino informativo in italiano, inglese, spagnolo e francese con le principali indicazioni per affrontare l’emergenza Covid-19 (come usare correttamente i DPI, inviti ad evitare assembramenti durante le attese sia presso i ristoranti di ritiro sia nei luoghi di ritrovo, il rispetto delle distanze minime con gli operatori e i clienti finali, etc.). La distribuzione di questo materiale rientra nella più ampia azione predisposta dal Comune per dotare di presidi di sicurezza tutte quelle categorie di lavoratori (commercianti, tassisti, operatori sociosanitari, impiegati di sportello, per esempio) che svolgono quotidianamente la propria attività lavorativa a contatto del pubblico.

Con lo stesso obiettivo, la Regione Lazio, ha predisposto un bonus sicurezza rider, che prevede l’erogazione di 200 euro a vantaggio dei lavoratori di queste piattaforme digitali per l’acquisto di DPI.[7]

Sebbene sia positivo che alcuni enti locali siano intervenuti per fronteggiare il problema, la domanda è perché la collettività debba socializzare i costi per dotare i rider dei DPI, quando come per ogni altro datore di lavoro questi dovrebbero essere affrontati da chi trae profitto dalla fornitura di questo servizio, e cioè dalle piattaforme per cui i rider lavorano. Inoltre, restano irrisolte le questioni dell’inquadramento normativo di questi lavoratori e della dignità del loro lavoro.

La prima bozza del cosiddetto “decreto Dignità” prevedeva una serie di misure specifiche per i rider, quali un’indennità mensile di disponibilità, malattie, ferie, maternità e diritto alla disconnessione per 11 ore consecutive ogni 24 ore dall’ultimo turno completato. Nel decreto del 2018,[8] per i rider era prevista solo una combinazione di paga oraria, che scatta se si accetta almeno una consegna ogni ora, ed il cottimo.[9] Il D.L. n. 101/2019[10], prevede invece per questi lavoratori l’obbligo di copertura antinfortunistica, di iscrizione presso Gestione Separata Inps nonché l’applicazione di un minimo salariale orario collegato al contratto nazionale collettivo (CCNL) di riferimento. Una recente sentenza della Cassazione[11] (cd. “caso Foodora”[12]) ha inoltre definito l’applicazione delle tutele del lavoro subordinato tutte le volte in cui la collaborazione è connotata da modalità di esecuzione della prestazione imposte dal committente.

L’emergenza ha mostrato quanto importante sia il lavoro di queste persone, grazie al quale è possibile ricevere cibi pronti o altri beni. La legge n. 128 del 2019 prevede che, entro novembre di quest’anno, le parti collettive dovranno regolare gli aspetti fondamentali di tali rapporti lavorativi, tra cui le tutele assicurative ed i criteri di determinazione del compenso. È necessario pertanto riflettere, senza indugi, su come sia corretto inquadrare questi lavoratori, i quali al momento sono per lo più autonomi con la partita IVA e senza alcuna copertura contro gli infortuni.

 

[1] https://www.ilsole24ore.com/art/deliveroo-porta-spesa-casa-e-consegna-pasti-si-concentra-weekend-AD2KiNK

[2] https://24oresystem.ilsole24ore.com/it/il-sole-24-ore-con-glovo/

[3] https://www.avvenire.it/attualita/pagine/rider-noi-costretti-a-lavorare-senza-sicurezza-coronavirus-video

[4] https://it.roocommunity.com/fondodisostegno/

[5] https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/20_maggio_05/coronavirus-inchiesta-delivery-alcune-societa-carenti-rischi-rider-b284921c-8ed1-11ea-8162-438cc7478e3a.shtml

[6] https://www.comune.milano.it/-/coronavirus.-prosegue-venerdi-e-sabato-la-distribuzione-dei-kit-sicurezza-per-i-rider

[7] https://generazioniemergenza.laziodisco.it/#/

[8] D.L. n. 87 del 12 luglio 2018, convertito in L. n. 96 il 9 agosto 2018.

[9] https://www.agi.it/economia/foodora_rider_fattorini_sentenza-4828769/news/2019-01-12/

[10] convertito in L. 2 novembre 2019, n. 128

[11] Cass. Civ., sez. Lav., 24 gennaio 2020, n.1663.

[12] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/24/foodora-la-cassazione-da-ragione-ai-riders-vanno-considerati-lavoratori-subordinati-respinto-ricorso-di-foodinho/5684269/