«C’era la volontà di far ripartire la scuola dell’infanzia – dice Lucia Rocco coordinatrice della scuola - anche per rispondere a un bisogno delle famiglie e dei bambini stessi. Per questo non ci siamo mai preso momenti di pausa. Parlo sempre al plurale con il “noi” perché la scuola non può essere fatta da singole persone»

di Silvio MENGOTTO

Lucia

Da oltre due anni Lucia Rocco è coordinatrice della scuola dell’infanzia parrocchiale Luigi Cislaghi (asilo nido Paolo Bacci). L’ente gestore è la parrocchia di San Michele Arcangelo in Precotto (Milano). Il primo di settembre la scuola dell’infanzia ha ripreso le attività per un servizio a 80 bambini (3-5 anni) grazie all’impegno e alla responsabilità delle undici insegnanti e delle 70 famiglie. Un “noi” contro l’”io”. Dopo un lungo periodo di chiusura, causa il generale lokdown nel Paese, c’è stata una breve riapertura estiva della scuola dell’infanzia che ha permesso di fotografare le difficoltà da affrontare per la riapertura di settembre. «Dopo questa ventata di freschezza – dice Lucia Rocco – l’estate è stato un periodo difficilissimo e inaspettato per tutti. Ci sono stati continui e ripetuti cambiamenti di direzione, di indicazioni, sia governativi che regionali. C’era una indecisione presente nelle stesse indicazioni che arrivavano con molto ritardo mentre il tempo per riorganizzarci era sempre più esiguo. Tutto il lavoro che si organizzava veniva completamente rivisto, cosa che generava una frustrazione generale. Non si riusciva a ipotizzare una ripartenza o formulare risposte ai genitori. E’ stato una difficoltà grandissima»

Di che natura erano le difficoltà?
«In testa la paura delle famiglie! Avevano bisogno di risposte a come avremmo gestito l’arrivo dei bambini e come avremmo cercato di tutelare la salute dei bambini e delle famiglie stesse. C’era la volontà di far ripartire la scuola anche per rispondere a un bisogno delle famiglie e dei bambini. Per questo non ci siamo mai preso momenti di pausa. Abbiamo lavorato ininterrottamente con l’obiettivo di avere un’idea chiara. Un progetto di organizzazione. Siamo rientrate al lavoro molto prima per essere operative a settembre. Per non commettere errori abbiamo spulciato tantissimi documenti governativi, regionali o del Comitato Tecnico Scientifico (CTS). Mettere insieme questa vasta documentazione è stato complicato. Abbiamo dovuto organizzare completamente gli spazi. Tutta la scuola è stata riorganizzata. Per gestire i flussi di ingresso abbiamo aperto un nuovo ingresso coinvolgendo i responsabili della sicurezza, il medico scolastico, del lavoro e diversi specialisti e responsabili. Dopo questi importanti paletti gestionali ci siamo fatte una domanda»

Quale?
«Che cosa desideravamo per i bambini? Sostanzialmente dovevamo rispondere a che cosa non potevamo rinunciare nella nostra quotidianità educativa. Va bene la sicurezza e la nuova gestione, ma ci preoccupava il fatto di far ritrovare ai bambini un luogo giusto per loro. Questo indipendentemente da quello che erano le giuste indicazioni sanitarie importanti e che abbiamo rispettato. Si igienizzava continuamente i giochi, i bagni, ma non ci bastava. Dopo tanta attesa e vita casalinga in famiglia, volevamo andare oltre con lo scopo di far trovare ai bambini un luogo giusto per loro. Soprattutto per i nuovi bambini volevamo che trovassero lo spazio per un’esperienza buona. Le varie classi sono sorte con l’impronta collettiva dei bambini. E’ un’altra scuola. In tutta questa confusione e difficoltà c’è del buono. Abbiamo scoperto delle modalità diverse nel fare scuola che hanno messo in risalto l’importanza della relazione se pur a distanza, e di quanto sia importante per un bambino entrare in relazione con la sua maestra. A volte lo sguardo giusto può bastare nonostante la distanza fisica. E’ importante far sentire a un bambino di essere guardato nel modo giusto, farlo sentire capace, desiderato e importante»

Tutto il lavoro preparatorio è girato attorno a un “noi” ?
E’ vero! Parlo sempre al plurale con il “noi” perché la scuola non può essere fatta da singole persone. Se un’educatrice, un insegnante, una coordinatrice si trova sola nell’affrontare diverse situazioni non può farcela. Nonostante le fatiche e le difficoltà giornaliere, tutte noi ogni giorno facciamo grandissimi sacrifici per permettere alla scuola di continuare il suo cammino educativo. Ci deve essere una grande consapevolezza a questa cosa. Se non avessimo avuto una equipe, un collegio così determinato non saremmo ripartite. La fatica del singolo diventa troppo grande se non ha la possibilità di condividerla con il collegio. La volontà del singolo deve essere supportata dalla volontà collettiva. “Alla vita basta lo spazio di una crepa per rinascere”. Questo pensiero di Ernesto Sabato, scrittore argentino, è indicativo della nostra realtà. All’inizio sembrava esserci un muro gigantesco. Ma è bastato una piccola crepa dalla quale è entrata la luce per illuminare il buio, così siamo ripartiti. Il solo desiderio di ricominciare è stato fondamentale per far rinascere la vita nella scuola»

C’è stato un coinvolgimento dei genitori?
«All’inizio c’era una grande preoccupazione delle famiglie. Mi ha sorpreso, dandomi una carica in più, le famiglie che hanno condiviso la strada che stiamo percorrendo, la fiducia e il sostegno che hanno riposto in noi. Nel disagio di dovere rilevare la temperatura ho la possibilità di incontrare ogni mattina le famiglie nel cortile della scuola. Come coordinatrice e persona, questo gesto è una grandissima ricchezza. Dalle loro parole, dal saluto, viene la spinta di ripartire ogni mattina, tutti i giorni»