Questa parola è quella che maggiormente è tornata nell’introduzione di Walter Magnoni all’incontro di sabato 27 marzo 2021 con gli amministratori della Zona V

di Walter Magnoni

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Un autore contemporaneo sostiene che «ordinare libri sugli scaffali di quelli che abbiamo deciso essere i loro generi letterali è un limite insensato che ci poniamo. Un libro di poesia può essere un’insuperabile guida di viaggio […]. Un trattato filosofico può essere molto utile per la gestione degli affari» (J. Tolentino Mendonça, Il piccolo libro delle grandi domande, p. 76). Inizio da qui per dire che l’ambizione di tanti intellettuali del nostro tempo che tentano sempre di leggere la realtà mettendola in ordine con precisione, paga l’ingenuo prezzo di chi non si accorge che l’unica cosa che ci è chiesta è di abitare l’intricata matassa del nostro tempo senza la pretesa di risolvere tutto, di ordinare tutto, ma semplicemente scorgendo piccoli passi utili a noi per non soccombere e farci prendere dallo scoraggiamento.

Il Coronavirus è giunto improvviso e sta durando più del tempo che avevamo ipotizzato, assistiamo alla fatica di tutti: dai ragazzi che a volte si scatenano in atteggiamenti anche violenti; dei genitori impreparati a gestire l’assenza della scuola in presenza e chiamati a ripensare i loro tempi, dei più fragili talora ancora in attesa di un vaccino, ma soprattutto avvolti di un maggior senso di solitudine. I centri Caritas e le mense dei poveri registrano un grave incremento della povertà e ancora non si vedono gli effetti del mercato del lavoro, ma appena verrà tolto il blocco dei licenziamenti avremo una situazione ancora più problematica di quella attuale. Inoltre, uno degli effetti di questa pandemia è l’accrescimento di un disagio psichico su tutte le età, compresi i bimbi. Anche noi preti ci siamo trovati un po’ impacciati in questa situazione che ha chiesto di ripensare la pastorale. Eppure Papa Francesco ci dice una parola che ha illuminato questa mia introduzione:

«Ogni giorno ci viene offerta una nuova opportunità, una nuova tappa. Non dobbiamo aspettare tutto da coloro che ci governano, sarebbe infantile. Godiamo di uno spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi e trasformazioni. Dobbiamo essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite» (FT 77).

Dentro a un’Enciclica i numeri dal 77 al 79 titolettati “ricominciare” lì ho sentiti particolarmente attuali per leggere il nostro tempo.

Ricominciare è stile della vita cristiana, come suggeriva già secoli fa Antonio il Grande, patriarca e padre di tutti i monaci. Egli diceva in modo lapidario: «Ogni mattina mi dico: oggi comincio».

Geremia ricomincia con l’acquisto del campo mentre si profila la caduta di Gerusalemme, la deportazione del popolo e la dominazione babilonese e come giustamente ha sottolineato il nostro Arcivescovo «Geremia firma un contratto per acquistare un campo, fa un investimento sul futuro».

Mi sono chiesto: da dove ricominciare? Se fossi un amministratore pubblico, un politico, da dove ricomincerei?

  1. Il primo passo è ben descritto da Papa Francesco: «Non dobbiamo aspettare tutto da coloro che ci governano». È un chiaro invito ad attuare quel principio che usiamo chiamare sussidiarietà. Questa fa rima con “corresponsabilità” e nel concreto chiede d’immaginare cosa noi possiamo fare per non vivere passivamente i fatti, per non subire i giorni, ma essere «parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite». Io non so cosa ogni territorio debba concretamente mettere in atto, ma sono certo che l’inerzia sia il solo atteggiamento sbagliato! La lamentela diventa sterile se non è accompagnata da un serio impegno concreto che parta da un’intelligente lettura della realtà. Voi avete vinto il premio Talamoni e questo testimonia un grande impegno fatto di creatività e tenacia.
  2. Il secondo passo si gioca a mio avviso nei tre verbi: includere – integrare – risollevare.
    Scrive Papa Francesco mentre commenta la parabola del buon samaritano: «Come il viandante occasionale della nostra storia, ci vuole solo il desiderio gratuito, puro e semplice di essere popolo, di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto» (FT 77).
    Questo vuol dire riconoscere il valore di una comunità di persone che non si chiude in sé stessa, ma trova forme per non far sentire solo chi è in difficoltà. Includere è l’opposto di escludere e in ogni caso è vincere la tentazione dell’indifferenza. Integrare è verbo che non sempre piace, perché qualcuno lo legge come un omologare, io credo che il valore dell’integrare sia quello del fare spazio agli altri. Se si guarda all’etimologia del termine si scopre che deriva dal latino “integer” = intero e significa “aggiungere qualcosa/qualcuno in modo da rendere intero”. Integrare, letto in questo modo dice che se manca qualcuno la comunità è monca. C’è bisogno di tutti, ma alcuni vanno risollevati perché sono caduti. L’immagine del risollevare evoca il fermarsi e il compiere il gesto di abbassarsi per far sì che l’altro possa alzarsi. Risollevare chiede di chinarsi dopo essersi fermati. È ciò che fa il samaritano con l’uomo ferito. Se ci pensiamo questo stile fu proprio di Cristo Gesù che si “abbassò” facendosi uomo, come sostiene San Paolo nella lettera ai Filippesi, per risollevare l’uomo decaduto a causa del peccato.
    Ogni amministratore dovrebbe domandarsi: chi sono i più fragili? Quelli che per primi hanno bisogno di attenzione? Anche nelle vaccinazioni in teoria si è partiti dai più fragili, da quelli che se contagiati rischiavano di non farcela. Ma subito è scattata in parallelo la logica del vaccinare anche alcune categorie importanti per la produzione. Nella “bagarre” dei vaccini, a livello nazionale e internazionali, emerge come l’interesse dei poteri forti prevalga sulla ricerca del bene comune. Chi ha i soldi vaccina e chi è povero si vedrà: così in Africa, il vaccino per il Codid non è una priorità, malgrado anche in questo Continente i disagi ci sono.   Siamo di fronte a due logiche che non si possono far collimare e la chiesa nella sua opzione preferenziale per i poveri si pone decisamente per una priorità che verte nella direzione di chi ha meno forze e va risollevato.
  1. Il terzo passo, più che un passo è uno stile: il Papa chiede di uscire dalla logica delle azioni individuali. In questo ripartire afferma «non facciamolo da soli, individualmente. Il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte dalla somma delle piccole individualità» (FT 78). A volte quello che ci frega e rovina tutto è il nostro “ego” che cerca di affermarsi e rimane sordo a una vera ricerca del bene comune. Perché anche nel fare il bene e costruire azioni di crescita di una comunità esistono stili differenti che solo nel tempo si riescono a leggere con più nitidezza. Vi sono amministratori che mettono in campo azioni buone, ma lo fanno anzitutto per aumentare il consenso, per accrescere la propria visibilità. Altri, invece, anche a costo di risultare impopolari cercano di attivare processi che davvero alimentino il bene. Solo che a volte certi processi chiedono tempi lunghi e solo chi mette il bene comune davanti al consenso è disposto a rischiare di non essere rieletto perché certi risultati arriveranno con tempi medio-lunghi, ma saranno strutturali e porteranno soluzioni ai problemi. Lavorare insieme è una delle azioni che allunga i tempi e toglie un po’ di gloria, ma il Papa chiede di provare a vivere con questo stile anche la politica. La migliore politica di cui parla nel quinto capitolo della FT va in tale direzione. Bello è anche il passaggio sempre di questa parte dove leggiamo: «Il samaritano della strada se ne andò senza aspettare riconoscimenti o ringraziamenti» (FT 79). Così dovrebbe essere l’animo del politico: faccio del bene, perché credo al bene e sono onorato di poterlo fare e questo mi basta. Purtroppo guardando alla politica nazionale abbiamo assistito troppe volte al prevalere di logiche di potere fini a sé stesse e a un abissale distanza tra i sindaci immersi nei problemi del territorio e le segreterie nazionali a perdere energie per decidere gli equilibri di potere.
  2. Infine per ricominciare serve, sempre secondo Papa Francesco, “la riconciliazione riparatrice” (FT 79). Questo tema è trattato nel settimo capitolo dove si parla di memoria e perdono. «Il perdono non implica il dimenticare» (FT 250). Penso che nel vivere un impegno politico si mettano in conto anche degli scontri, delle incomprensioni, delle parole che scappano e possono ferire. In questi anni ho raccolto più volte confidenze di persone ferite e deluse a causa di scontri politici. A volte sono scattate anche denunce perché i toni si erano esasperati. Abbiamo visto anche nei Palazzi più nobili della politica scontri che ci hanno creato sconcerto perché tutto ci aspetteremmo dai Parlamentari, ma non le risse e gli insulti. Eppure abbiamo visto anche questo!
    La bellezza degli incontri di formazione socio-politica che la Diocesi continua a promuovere va nella direzione di creare dialogo tra persone che appartengono a forze politiche differenti, ma che possono trovare uno spazio per pregare e dialogare senza litigare. Mi ricordo uno di questi incontri, mi trovavo a Seregno, fu un bel ritiro e alla fine uno dei partecipanti disse: per una volta abbiamo parlato senza litigare!
    Io credo che un passo da fare sia quello di una conflittualità che non travalichi mai nella perdita del rispetto. Lo scambio sia appassionato, vivace, franco, ma il dissidio non intacchi mai la stima alle persone. Anche di questo stile abbiamo bisogno per ricominciare!
    Concludo con due domande per voi: da dove ricominciare? Qual è il campo da comprare oggi? (Che fuor di metafora significa quale speranza alimenta il mio impegno?).