Dalla baraccopoli di via Rubattino oggi la famiglia rom di Rebecca (nome di fantasia) vive in una casa in affitto nel quartiere di Greco, il marito Ivan lavora, i figli frequentano la scuola dell’obbligo

Silvio Mengotto

ragazza

In un tempo di muri la “Chiesa in uscita” è capace di costruire “ponti”. «Venivamo sgomberati – dice Rebecca – molto spesso. La vita in baraccopoli è bruttissima, tanto freddo d’inverno, d’estate un caldo terribile e tanti insetti, giorno e notte. I topi in tutte le stagioni. Niente acqua, né bagno. Quando mi accompagnarono a vedere la casa mi sono messa a piangere. Era casa mia, proprio mia. E’ la mia prima casa da quando sono in Italia (2006). Ero felice».

La famiglia di Rebecca, il marito Ivan e tre figli, è una delle 50 famiglie rom che dal 2009 abitavano nella baraccopoli di via Rubattino. Dopo lo sgombero le famiglie sono state aiutate dalla Comunità di Sant’Egidio a passare dalle baracche alle case con percorsi di integrazione scolastica per i figli e la ricerca di lavoro per i genitori.

Nella parrocchia di San Martino in Greco si è sviluppato un grande lavoro di squadra con il proficuo coinvolgimento di molti protagonisti: il consorzio Oikos, la Comunità di Sant’Egidio, la parrocchia di don Giuliano Savina, le maestre della scuola di zona, il gruppo sportivo oratoriano, un nutrito gruppo di famiglie della parrocchia, ma in primis la volontà e la determinazione della stessa famiglia di Rebecca. «Quest’incontro, durato due anni, – dice Stefano Pasta della Comunità di Sant’Egidio – ha cambiato tutti: ha ridato speranza e futuro a una famiglia senza casa che oggi va a vivere in autonomia, ha messo in discussione pregiudizi e normali paure di tanti parrocchiani, ha fatto nascere legami di amicizia. Citando papa Francesco, potremmo dire che il protagonista è stato l’abbraccio, in cui si confonde chi aiuta e chi è aiutato. Potremmo addirittura parlare di una “pedagogia dell’abbraccio”, che la Comunità di Sant’Egidio prova a suscitare di fronte alle famiglie rom nella città».

 

 

L’abbraccio virtuoso

Il consorzio Oikos è costituito da quattro realtà (Spazio Aperto, Cascina biblioteche, Farsi Prossimo e Comunità di Sant’Egidio) che si sono fatte carico della ristrutturazione di una palazzina fatiscente con lo scopo di realizzare una realtà sociale inclusa con il territorio in collaborazione con la comunità cristiana. «La cosa interessante – dice don Giuliano Savina- è la sua composizione mista formata da due realtà cristiane e due laiche, che stanno imparando a vivere insieme. Ogni realtà è un mondo. Di fatto vivono un’esperienza ecumenica di ascolto e conoscenza. Si è realizzato un circuito virtuoso missionario straordinario perché gli immobili che i nostri padri, le nostre madri, ci hanno consegnato e serviti per la vita missionaria della parrocchia, sono tornati ad essere strumenti missionari».

Oggi Rebecca e Ivan lavorano, i figli frequentano la scuola dell’obbligo e l’oratorio. A loro si sono affiancate un gruppo di famiglie che nella forma del volontariato collaborano anche con il consorzio Oikos. «Quando la famiglia di Rebecca – dice Laura Lavizzari, volontaria – è entrata nella nuova casa abbiamo raccolto mobili e arredi. Il lavoro più importante è stata la reciproca conoscenza con altre famiglie, davanti alla scuola, nelle feste parrocchiali, nelle vacanze estive o in una “pizzata” nel quartiere. Anche nell’iscrizione dei figli alla squadra di calcio è stata l’occasione di incontro con altre famiglie. Quando la relazione si è fatta più viva si scopre un altro mondo e che tutti i ragazzi avevano le stesse problematiche. Ora è importante continuare la relazione»

L’anno scorso Antonio, figlio di Rebecca, ha partecipato al torno Csi svolto in oratorio vincendo il campionato. A maggio in ritiro con tutta la squadra a Salsomaggiore Terme. «Ricordo – dice l’allenatore e insegnante Matteo Antonioli – il suo entusiasmo con i compagni e il gruppo che frequentava. Un entusiasmo traboccante perché non aveva mai vissuto l’esperienza di rimanere due giorni fuori casa, senza genitori. L’albergo, la camera condivisa con i suoi compagni, ogni piccola cosa per lui era straordinaria. Al termina di una partita, dove Antonio aveva giocato “alla grande”, tutti i compagni lo abbracciarono, lui si emozionò tantissimo. Questa esperienza gli ha dato una “botta” di autostima».

«Le persone – dice don Giuliano – passano in questa palazzina non perché è un Hotel, ma perché possono conoscere una comunità accogliente che fa quello che il Vangelo gli chiede di fare. Se ci si prende cura di queste fragilità è un boomerang d’amore e solidarietà che torna indietro. Lo stesso quartiere apprezza questa realtà perché ne accoglie la dignità». «Siamo felici – conclude Rebecca – di quello che abbiamo ricevuto e adesso tocca a noi aiutare gli altri. Questa vita è bellissima»