“Periferie”, ne si parla moltissimo ma forse ne stiamo perdendo il significato. Dobbiamo a papa Francesco il merito di aver riportato all’attenzione comune questa antica e preziosa parola

di Luca Costamagna

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Se esistesse l’indice delle parole inflazionate, sicuramente in cima ci sarebbe la parola “periferie”. Ne si parla moltissimo ma forse ne stiamo perdendo il significato. Dobbiamo a papa Francesco il merito di aver riportato all’attenzione comune questa antica e preziosa parola. Con franchezza però dobbiamo anche riconoscere che è una parola abusata, pronunciata con troppa facilità. Credo dobbiamo difenderci da due equivoci che come la nebbia  rischiano di toglierci una visibilità necessaria per andare avanti sul vero cammino per e con le periferie che papa Francesco ha indicato nella Evangelii Gaudium e nella Laudato Si. Primo equivoco: l’intellettualismo. Dopo la pubblicazione della Laudato Sì, nel Maggio scorso, si sono moltiplicati gli articoli di commento, i libri e un’infinità di convegni e conferenze. Il grande impegno che papa Francesco sta dimostrando verso le periferie territoriali ed esistenziali è proprio quello di dire “guardate lì!”. Ci riporta dunque ad uno sguardo nuovo al quale può seguire solo l’azione, non altre parole, libri o commenti. Secondo equivoco: alle periferie bisogna (solo) restituire. Si dice che le periferie “vanno salvate”, legandole alle zone più centrali, concedendo loro beni e servizi. Giusto. Ma forse questi pensieri non tengono conto di un grande insegnamento che proprio papa Francesco testimonia con il suo stile prima che con le sue parole: dalle periferie bisogna lasciarsi educare. E’ dai luoghi di confine che possiamo vedere con i nostri occhi e toccare con mano le capacità di persone, gruppi e comunità che proprio perché nel disagio si sono date da fare, si sono unite, si sono “inventate qualcosa”. E’ nei luoghi di confine che si respira la solidarietà, un valore che come tutti i valori, appunto, è “vero” perché concreto, reale, non ideologico. La solidarietà non è solo un “fare” ma anzitutto un “comportarsi”. Sentirsi cioè fratelli, abitando tutti quella casa comune che è la Terra che ci fa dire: “Laudato Sì”.