Il modello Brianza è come la barca alla deriva, o ci sono prospettive per il futuro?

di Luigi Colzani

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Lo scorso mercoledì 18 febbraio si è svolto, presso l’Oratorio di S Maria, un incontro sui temi del lavoro, incontro ricco di partecipazione, di interesse e di indicazioni su cui riflettere.

Al primo relatore – Gerardo Larghi, segretario generale della CISL di Como e Varese – abbiamo chiesto di verificare la seguente ipotesi: possiamo parlare di crisi del “Modello Brianza” per capire i caratteri particolari che la crisi presenta nei nostri paesi?

Il Modello Brianza – nei vari settori produttivi (tessile, meccanico, legno-arredamento)- si è basato per decenni su pilastri che conosciamo bene: famiglia, casa, capannone, macchina; in poche parole, diffusione capillare (e quindi abbondanza di lavoro) e capitalizzazione familiare. I suoi punti di forza sono stati competenze straordinarie, estrema flessibilità, vicinanza con i mercati europei… Si tratta di un sistema che, pur tra limiti e contraddizioni, ha funzionato, producendo un’ampia disponibilità di lavoro e un benessere diffuso. Ne parliamo però ormai al passato, perché alcune sue componenti sono entrate in crisi e non ne consentono più il funzionamento. Di qui la crisi, la chiusura di aziende, la difficoltà a trovare ricollocazione per chi perde il lavoro, la precarietà a cui sono spesso sottomessi anche i nostri giovani, magari lungamente scolarizzati.

L’esperienza però ci fa già intravvedere che non tutto è fermo, che ci sono segnali che indicano la fine del tunnel. In quale direzione si sta andando? La direzione è indicata da alcune esperienze che dimostrano di poter funzionare: aziende che operano magari in settori tradizionale (per esempio, il tessile) ma sono in grado di sviluppare prodotti dalle altissime caratteristiche tecnologiche; imprenditori che hanno saputo “prendere l’aereo” e proporre prodotti di qualità su mercati esteri. Queste aziende hanno bisogno, come e più di prima, di capitali, di persone competenti, capaci di responsabilità e di iniziativa.

Un secondo contributo è venuto da don Walter Magnoni, responsabile diocesano della Pastorale sociale e del lavoro. Egli ha ricordato anzitutto la responsabilità che i cristiani hanno di non considerarsi estranei rispetto ai problemi dell’economia e del lavoro: non l’hanno fatto nel corso dei secoli, anzi sono stati in grado di dare importanti contributi di civilizzazione: dal benedettino “ora et labora” all’invenzione dei “Monti di pietà” e dei “Monti frumentari” fino all’opera dei santi “sociali” dell’800.

Nel nostro tempo, la riflessione e l’azione possono partire da alcune sollecitazioni. La prima: non dobbiamo considerare il problema del lavoro come un problema individuale, che affligge il disoccupato o il giovane che non studia e non lavora, bensì come un problema della comunità. Sviluppare questa consapevolezza è un primo compito, dal quale possono originarsi le più diverse iniziative concrete.

Un secondo spunto: il “luoghi educativi” della comunità (nel nostro caso, gli oratori) possono essere sollecitati ad una più puntuale consapevolezza educativa sui nuovi aspetti del lavoro e sull’opportunità , anche su questo punto, di un lavoro “di rete” con le altre agenzie educative (famiglie, scuola…); l’obiettivo comune potrebbe essere quello di aiutare i giovani a far crescere desideri ed aspettative insieme con l’esercizio di realismo e di responsabilità.

Un ulteriore elemento di riflessione è proprio intorno al senso del lavoro: il cristiano distingue tra lavoro ed occupazione; riconosce il primo come vocazione della persona e pertanto come ambito nel quale è impegnata integralmente la sua responsabilità.

L’incontro infine si è concluso sul piano di un possibile intervento pratico, anche se assolutamente limitato e parziale. Sono stati illustrati la natura e il funzionamento di un dispositivo legislativo non nuovo ma forse non ampiamente conosciuto, quello dei “Buoni lavoro”. Si tratta di uno strumento dal funzionamento relativamente semplice (per l’acquisto, l’uso e la riscossione), che può essere utile per dare concretezza a qualche opportunità di lavoro parziale (ore o giornate), con il relativo reddito e regolarità contributiva e assicurativa.