Nel nuovo libro di Ezio Meroni Il prete partigiano “il fascismo – dice don Batista Testa – toglieva la libertà, che non ha colore, ma è il dono più grande che Dio ha fatto all’uomo. Come uomo e come cristiano, quindi, ho sentito il sacrosanto dovere di partecipare a questa lotta democratica per la libertà sociale e individuale”. Abbiamo intervistato Ezio Meroni

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Don Battista Testa è figlio di contadini nella campagna trevigliese. Studia e si forma durante l’episcopato del cardinal Schuster. Ordinato sacerdote nel 1940, vive i primi anni di ministero mentre la Chiesa si confronta con la guerra e i regimi totalitari. Nel 1942 è inviato come coadiutore a Cinisello. E’ convinto che l’Italia verrà sconfitta nella guerra, le sue preoccupazioni sono rivolte alla formazione dei giovani e degli adulti per affrontare il dopo e la ricostruzione del Paese. Dal pulpito comunicava con una passione vemente, incisiva e diretta. Le sue omelie erano scomode ma attualissime: la guerra, la pace, la dottrina sociale della Chiesa. I giovani ne erano entusiasti. Per questo carattere irruento e comunicativo lo chiamavano ‘l Gazùsa. “E’ un metodo efficace – dice Ezio Meroni – , tipico della postura popolare, di indicare con un termine, una parola, una immagine le caratteristiche di una persona. Don Battista aveva un carattere passionale, effervescente, dinamico. Sin da ragazzo e adolescente era un trascinatore. Proprio al suo paese natio di Treviglio lo chiamavano ‘l Gazùsa. Ha sempre mantenuto questo tratto particolare, ma inconfondibile, del suo carattere”

Perché don Battista Testa maturò l’impegno di collaborare con la Resistenza locale?
“Non è un’eccezione, ma uno dei tanti sacerdoti impegnati nella Resistenza direttamente o a supporto. Dopo la promulgazione delle leggi razziali nella Chiesa una parte del clero, non tutto, incomincia a prendere le distanze dal regime fascista. Le leggi razziali sono profondamente inique e contrarie alla fede cristiana. Papa Pio XI le bolla come eretiche. Anche il cardinale Schuster in Duomo ne parla in termini di eresia. L’atteggiamento di don Battista, come altri sacerdoti, dopo l’8 settembre ’43 è quello di sostenere i prigionieri, i renitenti alla leva e i giovani che avevano lasciato la divisa per impegnarsi nella Resistenza. Lo fa soprattutto perché, oltre ad essere ‘l Gazùsa, era persona molto coraggiosa, determinata che sapeva gestire le situazioni piuttosto difficili. A Cinisello diventa un punto di riferimento per tutti i cattolici impegnati nella Resistenza e un punto di confronto, di collaborazione con le altre componenti del CLN, primi fra tutti i comunisti e, in particolare, con un personaggio di spessore come Pietro Vergani che diventerà, con il nome di battaglia Fabio, comandante delle brigate Garibaldi della Lombardia”

A Sesto San Giovanni collaborò con don Enrico Mapelli, altra figura straordinaria di sacerdote impegnato nella Resistenza. Non crede che questo incontro sia stato importante per don Battista?
“A Sesto San Giovanni mons. Enrico Mapelli è una figura di rilievo. Prima di arrivare nella città era stato cappellano durante la prima guerra mondiale, poi direttore di un collegio di giovani problematici, una sorta di Beccaria. Quando il fascismo fu al potere, si trovava a Medano e dovette nascondersi perché le camice nere lo minacciarono di morte. Era uno spirito antifascista. Aveva capito una cosa che aveva trasmesso a don Battista in modo chiaro. Con la guerra, entrambi i sacerdoti erano convinti che si sarebbe persa, sarebbe cambiato tutto e i cattolici dovevano farsi trovare pronti. L’insegnamento era quello di preparare giovani e uomini al dopo. Quando la guerra sarà finita bisognerà ricostruire un’Italia non più dittatoriale ma democratica. Ne consegue che la preparazione, la formazione dei giovani è stata importantissima. Quando don Battista si trovò solo a Cinisello proseguì questa missione formativa proiettata nel futuro mentre lavorava per la Resistenza”

Don Battista aveva una particolare attenzione all’Azione Cattolica (AC) presente nella parrocchia?
“Don Battista aiutò molti prigionieri, renitenti alla leva della RSI e i giovani di AC. Lui ha lavorato moltissimo con l’AC di Cinisello, ma anche con gli uomini di AC. Raccoglieva soldi, viveri, vestiti da mandare alle formazioni partigiane in montagna o per destinarle alle famiglie di Cinisello con i figli renitenti alla leva o con i figli partigiani. Questi aiuti erano possibili grazie all’appoggio dal movimento cooperativo cattolico che collaborava con quello rosso. A Cinisello la realtà cooperativa è stata molto forte dando un’impronta importante. Don Battista era socio della cooperativa La nostra casa collaborando con il presidente. Questo ha permesso di dare una struttura forte e solida al lavoro di sostegno alla Resistenza in modo pratico. Dall’abitazione di don Battista partivano le automobili, i camion, con i viveri e i generi di conforto ufficialmente destinati ai prigionieri in Svizzera. Lui collaborava anche con la Croce Rossa, metteva la bandiera sulla macchina o sul camion. Non sempre arrivavano in Svizzera, spesso deviavano in Val Sassina o sulla sponda occidentale del lago di Como per rifornire le bande partigiane”

Che scopo avevano le “finte gite” in montagna che, spesso, organizzava don Battista Testa? “Don Battista amava la montagna, la sentiva come lo spazio, il punto, che lo portava a contatto con Dio. Amava organizzare queste gite in montagna perché, durante la guerra, diventavano il momento per parlare liberamente senza essere controllati o con il rischio di essere intercettati da qualche spia. Quindi per organizzare più serenamente e in libertà i progetti da portare avanti per la Resistenza, ma anche il confronto di idee, un costruire insieme il dopo formandosi. Don Battista univa l’utile al dilettevole”

La radio di “Nemo” era in clandestinità nella canonica di don Battista Testa?
“La radio fa parte di una struttura dei servizi segreti alleati chiamata Nemo Op Sand II a cui si appoggiava la brigata Gerolamo formata prevalentemente da ex carabinieri, voluta e costituita dal duca Visconti da Vimodrone. Don Battista accetta di partecipare su invito del vice brigadiere Antonino Porcu conosciuto a Sesto San Giovanni. Dopo l’8 settembre ’43 il vice brigadiere si rifiutò di collaborare con la Repubblica Sociale Italiana. Antonino Porcù propose di tenere la radio e un addetto alle trasmissioni e don Battista accettò previa comunicazione al cardinal Schuster. Ricordo che nelle due interviste che ho potuto leggere ed ascoltare su un nastro registratore, si evince che il cardinale conosceva questa sua attività. Don Battista ha tenuto la radio, e l’addetto alle trasmissioni, per 10 mesi dal marzo/aprile ’44 al gennaio ’45 da dove comunicava con i servizi segreti alleati. Ci fu un momento di particolare difficoltà. La base di Macherio, dove il duca di Vimodrone nascondeva molti carabinieri e anche don Gnocchi, stava subendo una visita indesiderata dei nazisti, in quel frangente misero in fuga tutte le persone che potevano essere arrestate. In quel luogo c’era una radio che, in tutta fretta, venne smontata e nascosta per alcuni giorni in cima al campanile parrocchiale di Cinisello. Ovviamente i testimoni dell’operazione in fiducia con don Battista. Non metterei la mano sul fuoco che il parroco fosse a conoscenza di questa ospitalità”

E’ vero che, dopo la liberazione, don Battista Testa diventa un personaggio scomodo?
“Verissimo. Ma questo era ampiamente preventivato e previsto da don Battista e dal suo grande collaboratore, il comunista Pietro Vergani. Quando si incontrarono nel ’43 fanno un patto tra gentiluomini, hanno un nemico comune e come antifascisti combattevano insieme lealmente il fascismo, ben sapendo che un minuto dopo la vittoria sarebbero stati su fronti contrapposti. Don Battista ricordava sempre che bisogna distinguere le idee dalle persone. Si combattevano le idee, non le persone. Se durante il fascismo non era stato zitto, men che meno dopo la liberazione. Così dal pulpito denunciava un paio di omicidi avvenuti nella sede dei garibaldini a Cinisello. Denuncia le esecuzioni sommarie delle camice nere e avverte il popolo cattolico di Cinisello che si correva il rischio di passare da una dittatura all’altra. Per non lasciare dubbi citava tranquillamente il comunismo. Questo lo rende inviso ai suoi avversari che fanno di tutto per metterlo in cattiva luce con articoli sui giornali. C’è un volantino che titola Testa… di zucca contro di lui. Padre Zucca era il religioso che, insieme a padre Parini, aveva nascosto la salma trafugata di Mussolini. Un volantino che lo accusava di essere un fascista. Don Battista lo troviamo in prima fila nella campagna elettorale del ’48. I suoi avversari chiedo esplicitamente il suo allontanamento da Cinisello. Nella lettera inviata al cardinal Schuster scrivono che “questa ignobile figura del reverendo don Battista non deve stare più a Cinisello perché un sobillatore che fa politica dal pulpito, perché non predica la concordia e la pace”. Fino al ’48 è rimasto in prima linea poi, su una foto tessera scrive: 1948 quasi sfinito. Lo disse anche ai suoi giovani prima di congedarsi nel 1950. “Ho dato tutto nei primi anni poi mi sono sentito sfinito”. Dal ’48 lascia ogni impegno formativo politico per dedicarsi completamente alla formazione umana e religiosa dei giovani”.