A 10 anni dallo sgombero di via Rubattino, grazie alla Comunità di Sant’Egidio e di molti cittadini milanesi, 73 famiglie rom vivono in una casa, le donne e gli uomini hanno un lavoro, i bambini e i giovani vanno a scuola

di Silvio Mengotto

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In un clima di ostilità, di “caccia all’uomo”, il 19 novembre 2009 più di 300 rom venivano sgomberati dalla baraccopoli di via Rubattino.  Alle sei del mattino al campo erano già schierate le forze dell’ordine e la polizia. «Poi – dice Stefano Pasta della Comunità di Sant’Egidio – va in scena quello che non era una novità, cioè l’elogio del cattivismo, lo scaricare la rabbia dei tanti problemi della città contro persone inermi». In pochi minuti, mentre le ruspe spazzavano le baracche, donne, uomini e bambini si trovarono sulla strada. «Eravamo sotto il ponte – ricorda Paris giovane rom –  senza cibo, senza coperte, senza niente. Le maestre piangevano. Gli amici ci hanno trovato un alloggio dove abitare. Per otto mesi siamo stati ospitati da don Piero Cecchini. Sia io che mia moglie non avevamo un lavoro».

Il 19 novembre 2010, dopo dieci anni dal terribile sgombero, la quasi totalità delle persone rom (73 famiglie) vive in casa e il tempo delle baracche e dei topi è finito. In ogni famiglia c’è un adulto che lavora e il 100% dei minori frequenta la scuola dell’obbligo, primarie e medie, molti ragazzi studiano alle superiori e fanno volontariato. Alla vigilia della Giornata dei diritti dell’infanzia, la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato una serata con a tema I Rom di via Rubattino 10 anni dopo. Immagini, video e racconti di un’integrazione possibile.

Hanno portato la loro testimonianza persone rom, l’Assessore delle politiche sociali del Comune di Milano Gabriele Rabaiotti, Paolo Lambruschi giornalista di Avvenire, Milena Santerini dell’Università Cattolica e Comunità di Sant’Egidio e, in collegamento telefonico, Gad Lerner. L’incontro pubblico è stato coordinato da Stefano Pasta, Assunta Vincenti e Flaviana Robbiati. Con la sala straripante di pubblico, l’incontro inizia con la proiezione del video Mi sembra che è un sogno. Nel filmato, come nelle successive testimonianze, sono emersi questi importanti sentieri: sentire “l’odore delle pecore”; la mobilitazione solidale di comuni cittadini; cambiare insieme (rom e gagy) è possibile; un modello locale per l’intero Paese.

 

Sentire “l’odore delle pecore” 

I volontari della Comunità di Sant’Egidio capiscono che stare in periferia, cioè frequentare il campo rom di via Rubattino, è più importante che rimanere seduti dietro la scrivania. La frequentazione ha permesso di capire il cuore dei problemi, conoscere le persone e i bambini rom. Come dice papa Francesco «di sentire l’odore delle pecore». La frequentazione, continuata anche con i genitori rom all’uscita della scuola, ha costruito una relazione di relazioni. «All’inizio – dice Flaviana Robbiati – nessuno sapeva come sarebbe finita. Si tamponavano continue emergenze, il freddo, la fame, le malattie. Eravamo tutti dei volontari improvvisati e sprovveduti. Quello che ha reso capaci di mettere insieme questa storia è stata la fiducia nei rom, la tenacia nel rimanere al loro fianco e la disponibilità ad accogliere le domande che emergevano». L’avvocato Maria Sianesi, entrando nel campo rom di via Cima, ricorda di «aver avuto un impatto fortissimo con la povertà che mi ha sconvolta. Ho provato una grossa indignazione nel toccare con mano una realtà che per me non esisteva. Sono stata colpita dalla dignità e dall’ospitalità che ho ricevuto». Dopo lo sgombero di via Rubattino Maria Sianesi per quattro anni ha assunto Flora, donna rom con sei figli, come colf nella sua casa. «Ero stupita – dice Maria Sianesi –  quando tutti mi dicevano che ero matta ad avere una rom in casa a servizio. Per me era una donna che lavorava».

 

 

 

 

La novità inaspettata 

Lo sgombero fu un evento traumatico per tutti: rom e non rom. «Tutte le maestre – ricorda Assunta Vincenti – , i bambini uscivano da scuola alle 16,30, sapevano che non avrebbero avuto dove andare a dormire, tutti erano sconvolti». Nella mezzanotte del 19 novembre ’09 i rom sgomberati sostavano sotto i piloni della tangenziale. Con un freddo pungente i volontari distribuivano coperte ai bambini e alle donne. Nell’arco di poche ore dallo sgombero scatta ciò che non aspetti. Tanti amici, e cittadini, si offrirono ad ospitare nelle loro case queste famiglie rom. Questo contagio di legami fu la radice di una solidarietà positiva che, con il trascorrere del tempo, diventa profezia e progetto. «Negli ultimi dieci anni in Italia – precisa Stefano Pasta – Rubattino è il più grosso caso di passaggio di famiglie rom dalle baracche alle case in modo completamente autofinanziato senza denaro pubblico, grazie a donazioni, aiuti e tantissimo lavoro volontario di Sant’Egidio e di cittadini che si sono uniti a noi». Dei 300 rom la stragrande maggioranza oggi vive in casa. «Sono tante le storie – riprende Stefano Pasta – di donne che hanno iniziato le pulizie, col tempo sono diventate colf, badanti. All’epoca c’era un solo bambino alle elementari, oggi è normale che un bambino rom, dall’infanzia alle superiori, frequenti la scuola. Il tasso di scolarizzazione è il 100%. Nessuno avrebbe mai pensato a questi risultati, come le donne rom che hanno solidarizzato con le donne in un villaggio africano. In questi giorni di inviti scopriamo la bellezza di relazioni durate dieci anni tra rom e italiani».

 

Insieme è possibile   

In questa storia, lunga dieci anni, c’è stata una reciproca contaminazione positiva. Su molte cose i rom sono cambiati. «E’ cambiata – conclude Flaviana Robbiati – la vita anche di noi italiani, di chi è rimasto coinvolto. Noi abbiamo trovato nei rom una famiglia più larga con un legame di affetto, cura e simpatia reciproca. Si è costruito una rete di persone italiane e non italiane, di religioni diverse, di credo politico diverso, ma tutte affratellate dalla condivisione della ricerca della giustizia e del bene». Rubattino insegna a non rassegnarsi mai anche di fronte alle avversità più amare. «Anche quando – conclude Stefano Pasta – tutto sembra impossibile come lo sgombero dell’esercito con le assistenti sociali con le mascherine. Si è aperta una bella prospettiva di cui sentiamo la responsabilità nel futuro, ma che sconfigge la rassegnazione».

Nel riavvolgere il nastro di dieci anni sembra incredibile quanto è accaduto! «E’ una gran bella notizia ! – dice Paolo Lambruschi di Avvenire – Questo video è una storia che va raccontata, è la dimostrazione che si possa cambiare. L’insistenza ossessiva per la sicurezza, l’antiziganismo che non ha ancora lasciato le istituzioni in Lombardia e che aleggia in Italia, hanno dimostrato qui il proprio fallimento. Quando scarichi i problemi sugli ultimi significa che non si è in grado di risolverli. E’ importante raccontare come è andata a finire la storia di Rubattino perché c’è il quotidiano e si conoscono tante storie». «Il lavoro che è stato fatto – dice Gad Lerner al telefono – dopo lo sgombero di via Rubattino, e i risultati che voi oggi giustamente rivendicate, ci danno molta fiducia perché

in qualche modo ci incoraggia a pensare che anche l’Italia dei cattivi sentimenti, l’Italia della caccia allo straniero possa ritrovarsi e separare la violenza verbale dei social network e dall’agenda politica, dalla realtà sociale che, non a caso, a partire dalle scuole, dagli insegnanti, lavora concretamente per l’integrazione».

 

Per informazioni: santegidio.milano@gmail.com