Muoversi e orientarsi nella globalizzazione: a Lissone una riflessione sul contributo della Dottrina sociale. Ne emerge il travagliato superamento dell’utopia moderna, a vantaggio di un approccio più attento alla particolarità. Un orizzonte, quello contemporaneo, in cui la Bibbia rivela le sue inesauste potenzialità

di Sergio Massironi

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  1. Globalizzazione non è un dato esterno a noi. L’espressione, ormai nota, rinvia a processi che si possono giudicare soltanto riconoscendosene parte. Ho davanti persone e parlo in un territorio che, sia professionalmente, sia esistenzialmente, sussistono solo se connessi in tempo reale a ogni angolo del Pianeta. Le nostre imprese operano in Cina, Russia, Medioriente, Africa e chissà dove ancora. Investiamo profitti e risparmi in operazioni che non conoscono confini. Abbiamo figli e nipoti all’estero per studiare, lavorare o per puro piacere. Viaggiamo spesso e facilmente, senza troppi pensieri, né gravi pericoli. Facciamo acquisti online e molti di noi amano cenare in locali etnici. Si chiama infosfera la fittissima rete di comunicazioni cui accediamo ogni volta che il nostro sguardo si posa sullo smartphone.

 

  1. Il nostro radicamento chiede oggi maggiore consapevolezza. Noi siamo qui. Dovunque la vita ci porti, partiamo da un punto preciso della Terra. In esso riceviamo un’eredità: ne abbiamo forse l’accento, ne assorbiamo il carattere, ci appoggiamo su quanto vi è avvenuto e prima di noi è stato costruito. Finché non se ne esce non se ne conoscono i limiti, ma – ed è forse è peggio – non se ne apprezza l’originalità. Connessi a flussi globali sempre più pervasivi, ci occorre sapere chi siamo. Il tema dell’identità risorge, come bisogno umano primordiale. Esistono spinte localistiche violente e conflitti etnici in molte parti del mondo. Testimoniano un’inquietudine che va curata prima che si avveleni. Simone Weil, il cui Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano mette a tema in modo sublime il radicamento, scrisse: Un determinato ambiente dev’essere influenzato dall’esterno, non per essere arricchito, ma per essere stimolato a rendere più intensa la propria vita. […] Quando un pittore di autentico valore va in un museo, la sua originalità si sente rafforzata.[1]

            Identità non è dunque chiusura, ma permeabilità.

 

  1. I cristiani, in questa come in ogni altra epoca, hanno il proprio codice fondamentale non in una dottrina, ma nelle Scritture. La parola biblica, già in Israele, fu canone, unità di misura, e quindi invito a pensare. Essa non dice tutto: chiede interpretazione. Il lettore è rinviato alla situazione in cui si trova, senza la quale il testo risulta forse interessante, ma muto. Per suo tramite, infatti, si tratta di ascoltare oggi la voce di Dio, così come i libri sacri testimoniano essere avvenuto per tutti i loro protagonisti. La storia della salvezza non è chiusa, ma in corso: il presente potrà tuttavia essere decifrato come tempo opportuno, kairos, solo rimanendo radicati in una genealogia. Nani sulle spalle dei giganti, diceva Bernardo. La tradizione, così, induce nuovi passaggi, investendoci di responsabilità. È, appunto, eredità.

 

  1. La cosiddetta Dottrina sociale della Chiesa nasce in questo solco di fedeltà al presente. Prima ancora di esistere come “dottrina” – di solito se ne lega l’inizio alla Rerum Novarum di Leone XIII – per secoli i cristiani sono stati sale e lievito, animando la vita civile e trasformandone lentamente la qualità. Molti errori e nefandezze non possono oscurare, infatti, l’impatto rivoluzionario del Vangelo sulle culture e sulla convivenza umana. Di esso sono sempre esistiti dei pionieri: profeti le cui visioni hanno anticipato dei salti di qualità, i quali non di rado il resto della società (e della Chiesa) resisteva in nome di equilibri, interessi, poteri consolidati. Anche oggi un’adesione profonda alla parola evangelica permette di riconoscere situazioni che invocano cambiamento, intelligenze audaci e disponibilità alla lotta. La Dottrina sociale non è dunque un deposito di soluzioni, ma un insieme di criteri per rispondere al compito di fare nuove tutte le cose, a partire da quelle in cui si è immersi. Solo in questo senso essa orienta, perché riporta alle Scritture e, per loro tramite, alla coscienza che Dio salva ora, attivandoci e accompagnandoci nelle circostanze storiche.

 

  1. Le Scritture, in effetti, suppongono l’elezione di Israele. Questa presa di coscienza risulta provocatoria in un’epoca di globalizzazione, specialmente nell’orizzonte mentale europeo che, da diversi secoli, si è disabituato a pensare la particolarità. Noi parliamo di essere umano, di diritti universali, di mondo. La Bibbia parla di un popolo e della sua terra, presupponendo un Dio che si radica non ovunque, ma in Israele. L’incarnazione è solo il culmine di un processo che oggi può aiutarci a non perdere l’orientamento in un mondo che vede crollare l’utopia di un’astratta unità. Solo legandosi a qualcuno è possibile raggiungere tutti. Solo con una lingua, con una pelle, con un accento, con un’eredità si può pronunciare la propria parola e magari coglierne il valore non solo locale e provvisorio. Il corpo è limite, ma anche condizione di riconoscimento: esso ci situa, ci fa sentire la nostra stessa brevità, impedisce che siamo tutto, ma solo così consente a che siamo noi. Per tutti. È il cuore dell’esperienza di Israele, l’infimo tra tutti i popoli, scelto perché fosse evidente il carattere immeritato dell’elezione. È il cuore del mistero di Cristo. Si è con tutti, se si è diventati di qualcuno; si è di casa in ogni luogo, se si è realmente abitato un qualche luogo. La grande sfida, per ciascuno, rimane dunque quella di posizionarsi. E magari di farlo evangelicamente: cogliendo cioè che non per caso si è venuti alla luce in un posto determinato, in un tempo opportuno, tra persone concrete.

 

  1. Celebrando i settant’anni della Costituzione italiana noi riconosciamo il modo profetico in cui non tutti i cattolici, ma alcuni – tra i quali molti giovani di formidabile rigore morale e intellettuale – si posizionarono in anni drammatici. Seppero preparare il “dopo” mentre dell’alba non si coglievano nemmeno le prime luci. Essi l’attesero rimanendo attivi e uniti, a rischio della propria stessa vita. Studiavano, pregavano, erano amici in tutta la ricchezza esistenziale di questa parola. Quando venne il loro momento non fecero lobby, ma divennero leader capaci di ascolto e di mediazione; sedettero al medesimo tavolo di coloro di cui non condividevano visione e ideali, per scrivere il futuro del Paese insieme, senza compromessi al ribasso. Fu un momento: il loro Non il nostro. Altre sono le peculiarità di quello presente, ma certo – come appare necessario in tutto il canone biblico – occorre la stoffa di alcuni, anche pochi, perché avanzi la giustizia. Semmai, il carattere penultimo delle questioni in gioco ci rende liberi di provare e anche di sbagliare, impedisce di ritenere assoluto il nostro punto di vista e di considerare nemico chiunque non la veda allo stesso modo. Dobbiamo a un luogo e a un tempo determinati la nostra parola unica e un autentico, ma pur sempre limitato, impegno: se questi venissero a mancare sarebbe semplicemente sprecato il nostro passaggio da questo Pianeta.

 

[1] S. Weil, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, Milano, SE, 1990, 49.