Le immagini apocalittiche della guglia di Notre-Dame de Paris mentre rovinava a terra, avvolta tra le fiamme, lo sgretolarsi di un simbolo di civiltà tanto ineguagliabile, hanno fatto riemergere tra le ceneri della dimenticanza un tema praticato nel recente passato ma momentaneamente accantonato per mancanza di interessi: la discussione intorno alle radici cristiane europee, che tanto aveva infiammato il dibattito civile ed ecclesiale nei decenni scorsi.

di don Lorenzo Maggioni

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C’è un cuore che brucia. Così, alcuni commentatori hanno descritto le immagini apocalittiche della guglia di Notre-Dame de Paris mentre rovinava a terra, avvolta tra le fiamme. Un “11 settembre della cristianità”, secondo alcuni analisti che, tra lo sgomento di cattolici raccolti in preghiera e la cinica esultanza di fanatici islamisti e sovranisti antieuropei, si sono lanciati in paragoni quanto mai spericolati.
Tra lo sgomento generale di fronte allo sgretolarsi di un simbolo di civiltà tanto ineguagliabile è riemerso tra le ceneri della dimenticanza un tema praticato nel recente passato ma momentaneamente accantonato per mancanza di interessi: la discussione intorno alle radici cristiane europee, che tanto aveva infiammato il dibattito civile ed ecclesiale nei decenni scorsi. Esso pareva non catturare più l’attenzione di un’opinione pubblica stanca né tantomeno gli interessi di una politica distratta e arruffata.
Certo, a proposito di radici cristiane e dintorni, non sono mancati, anche recentemente, ritorni di fiamma debitamente pianificati da facinorosi, intenti a porsi al centro dell’attenzione mediatica piuttosto che a riflettere disinteressatamente su temi che sarebbero di generale edificazione, se solo offerti alla discussione con la necessaria delicatezza. Ma l’uso strumentale della questione religiosa come collante per una ripresa identitaria, tendenzialmente di stampo nazionalista, non rappresenta una novità nel panorama occidentale; solo che in questo frangente ci sembra affiorare con i tratti tipici di quell’eccezione che conferma una regola: religioni, svuotate da una secolarizzazione non più galoppante—semplicemente perché profondamente radicata!—vengono innalzate come emblemi di appartenenze socioculturali esclusive ma che sono, in realtà, bandiere poste sopra il feretro di un generale indifferentismo.
E tuttavia, se la questione intorno alle radici cristiane dell’Europa aveva recentemente perso di interesse, ciò, ci sembra, non sia addebitabile solo ad un cambio di paradigma culturale nel frattempo occorso. Piuttosto, riteniamo che la questione sia stata posta male, fin dalle origini di un dibattito che, riaffiorando di tanto in tanto, ha sembrato quasi sempre attestarsi a livelli impressionistici. C’è quindi bisogno di rivedere il tema in modo più sistematico di quanto pochi accenni—questi inclusi— potrebbero fare. Ci permettiamo, allora, di suggerire la ripresa di alcuni temi che potrebbero far maturare una più adeguata riconsiderazione del tema delle radici europee e del rapporto tra cultura europea e religione, senza incorrere in forme di sbrigativo qualunquismo.

È necessario ricordare come il cristianesimo porti in sé una sorta di dinamismo fondamentale binario, determinato dal suo essersi innestato nella radice ebraica. Diffondendosi in Europa e nel resto del mondo, i seguaci di Cristo hanno allo stesso tempo propagato le storie e la coscienza di fede del popolo eletto. Il cristianesimo è dunque costitutivamente dialogico perché determinato da una dualità originaria. Tuttavia, il rapporto con il popolo di Israele non può essere relegato al solo ruolo di generatore di una visione religiosa da esso derivata. Piuttosto, la minoranza ebraica ha costituito per i cristiani un costante partenariato, essenziale per la produzione culturale e lo sviluppo europeo. Non si possono, però, tacere gli innumerevoli tentativi, anche su base religiosa, di soffocare quell’alterità che i figli di Israele hanno da sempre rappresentato di fronte alla coscienza cristiana. Come è stato possibile, che milioni di ebrei siano stati sterminati scientificamente nel cuore dell’Europa cristiana? Parlando di radici europee non possiamo dunque dimenticare di accennare all’antisemitismo e alla Shoà: essa dimostra, esemplarmente, come l’identificazione esclusiva di ascendenze culturali a discapito di una più realistica e onesta visione plurale porti in sé già i semi del totalitarismo e il veleno di una violenza sempre pronta a scatenarsi.

Occorre, poi, riconsiderare l’humus sul quale il seme del cristianesimo è stato piantato: senza la cultura classica greca e latina, fatta di un patrimonio sterminato di produzione filosofica, giuridica e artistica di ampio respiro e che costituisce l’apice culturale di popoli che a loro volta hanno fatto tesoro di incontri con altre civiltà del passato, l’Europa attuale e l’intero Occidente non avrebbero le coordinate fondamentali per descrivere la propria specifica identità. L’idee stesse di “cultura”, “civiltà”, “filosofia”, “diritto”, “religione” e “teologia”, di cui anche il cristianesimo in qualche modo si è nutrito, e che costituiscono la grammatica fondamentale della civiltà europea, derivano certamente da questo ampio e fecondo bacino di referenze.

Parlando di Grecia, non si può, inoltre, dimenticare come la cultura ellenica abbia continuato ad esercitare una profonda influenza anche in epoca bizantina, offrendo di fatto una grammatica linguistica e spirituale di incredibile raffinatezza. E questo non solo nell’area europea orientale dove i popoli slavi, dopo aver abbracciato il cristianesimo, hanno finalmente trovato in essa, canali espressivi atti ad esprimere l’essenza della loro civiltà, ma anche nell’intera penisola italica che ha vissuto per secoli sotto l’influenza bizantina sia diretta che indiretta, come la storia dell’arte sta a testimoniare. Dunque, per alludere ad una nota espressione, senza l’influsso bizantino e la radice apportata dai popoli slavi, il respiro dell’Europa non sarebbe a pieni polmoni.

Anche i popoli celtici e germanici costituiscono una colonna essenziale dell’identità europea, per cui, ad esempio, se si può parlare di un Rinascimento europeo, lo si può fare in riferimento alla ripresa dei frutti maturi della civiltà ellenistico-romana tanto quanto della riscoperta del genio nordico in tutte le sue molteplici sfaccettature.

Tra gli ispiratori del progetto europeista vanno infine menzionati due fenomeni di segno opposto: i movimenti secolaristi e massonici che hanno visto nell’anticlericalismo o nel sincretismo la possibilità di oltrepassare lo scandalo di differenze apparentemente inconciliabili; e il movimento ecumenico che, invece, ha posto in agenda il superamento dei conflitti europei sulla base di solide convergenze religiose.

In conclusione, il pluralismo religioso segna da tempo le società occidentali, anche se risulta essere più subito o stemperato dall’indifferenza che vissuto come opportunità per inediti incontri; la vicinanza con il diversamente credente sembra spaventare i cittadini europei di oggi piuttosto che spingerli ad affacciarsi su una multiforme quanto mai promettente agorà di nuova concezione. I presupposti per una democrazia solida e convintamente plurale sono, invece, già posti in una più autentica riscoperta del cristianesimo europeo come di un millenario albero che, innestatosi in radici ataviche e gloriose, le ha pienamente assunte, sublimandole e perpetuandone l’esistenza, fino ai nostri giorni.