L’inquinamento atmosferico servito a tavola come bevanda

Giovanni Guzzi

campanili

Acqua e aria. Di quanto l’una e l’altra siano indispensabili per la nostra sopravvivenza abbiamo scritto nei mesi scorsi, suggerendo piccole/grandi azioni che, anche a livello di Chiesa Cattolica, sarebbe possibile (e doveroso) mettere in atto: partendo dalla base e risalendo gerarchia ed istituzione…

Il “sarebbe” è motivato dal fatto che, almeno per quanto possiamo dedurre dalla conoscenza quotidiana della vita della Chiesa che frequentiamo e da quanto ne riferisce la stampa cattolica (quindi ad essa non pregiudizialmente avversa), le dichiarazioni di principio contenute nella Laudato si’, ed – a scendere – in convegni e interviste rilasciate da suoi rappresentanti, salvo qualche rara e lodevole eccezione non trovano generalizzata corrispondenza in azioni concrete o, per lo meno, in tentativi di percorsi pastorali finalizzati a tradurle dalla carta alla vita.

Una delle ragioni di ciò, ipotizziamo possa essere l’insufficiente consapevolezza della portata dei problemi. Oppure la “poca fede” che porta anche i credenti a ritenerli a tal punto “enormi” da essere fuori della portata dei singoli; perciò se ne delega la risoluzione alle decisioni dei “potenti”. Proprio coloro che hanno meno interesse per il bene comune, come dimostrano le cronache delle inconcludenti conferenze internazionali sui cambiamenti climatici o le sollevazioni popolari contro decisioni finalizzate a migliorare la qualità della vita e la salute di tutti ma non percepite come tali.

In proposito può essere istruttivo soffermarsi sul passaggio all’acqua dell’inquinamento atmosferico. Ne scriviamo qui perché mai abbiamo trovato l’argomento adeguatamente trattato sui mezzi di comunicazione di massa. Che, viceversa, impropriamente enfatizzano sia l’attesa trepidante con la quale si invocano vento, pioggia o neve, sia il generale giubilo di cui i media si fanno araldi quando finalmente arrivano a “ripulire” l’aria, permettendoci di tornare ad usare l’auto senza scrupoli di coscienza e, soprattutto, senza vincoli, che non è chiaro come vengano fatti rispettare (quelli sulla temperatura nelle case o sui materiali da non bruciare nei camini poi è certo che non li fa rispettare nessuno).

Polveri sottili ed altri inquinanti, infatti, non scompaiono “nel nulla” ma semplicemente vengono spostati altrove. Paradossale è il caso degli ossidi di azoto (NOx) emessi a Milano: allontanati dal vento verso le Prealpi ricadono con le precipitazioni atmosferiche e, trasformati in nitrati, vanno a contaminare le falde acquifere, magari anche beffardamente tornando a noi nelle bottiglie di acqua minerale che mettiamo in tavola. Ne riparleremo.

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