Ripercorriamo alcune tappe storiche significative per vedere come alcuni uomini e donne, a partire dall’amore di Dio sperimentato nella loro vita, hanno cercato di vivere da cristiani nella storia, coltivando e custodendo il giardino di Dio e facendo così crescere la società

di Walter Magnoni

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In un tempo nel quale al vertice della piramide sociale stava un gruppo di “non lavoratori”, il primo grande merito dei benedettini fu quello di stravolgere quella logica che considerava il lavoro come attività quasi esclusiva degli schiavi. I “non lavoratori” di cui ho accennato erano precisamente i redditieri, gli aristocratici e anche gli ecclesiastici. «Nel mondo greco, e in parte in quello romano, il lavoro non era “vita buona”, né tanto meno, fioritura umana. […] Il lavoro non era considerato attività degli uomini liberi, ma realtà legata a rapporti di potere e di dominio. […] La vita buona è vita politica, e nella politica non c’è posto per i lavoratori, che non potevano ricoprire cariche pubbliche; lavoravano soprattutto gli schiavi, che consentivano così agli uomini liberi di affrancarsi dalla più radicale delle schiavitù: quella delle necessità vitali (mangiare, vestirsi, ripararsi)».

In San Benedetto e nella sua Regola possiamo scorgere la presenza dei germi di una rivoluzione culturale in grado di osservare il lavoro sotto una lente inedita: ovvero un’attività che insieme ad altre nobiliti la persona.

In primo luogo appare importante guardare al nuovo modo d’intendere il lavoro: Benedetto lo vede non solo come un mezzo per qualcosa d’altro, bensì come un valore in grado di dare dignità all’uomo. Nella spiritualità benedettina viene riconosciuto il anche valore del lavoro manuale, al punto che lo troviamo ben inserito nella Regola.

Coltivare e custodire è vissuto non solo in senso metaforico, ma anche nell’attenzione concreta a migliorare l’ambiente. Uno studioso di questa spiritualità ha scritto: «Uomini silenziosi si vedevano nella campagna o si scorgevano nella foresta, scavando, sterrando, e costruendo, e altri uomini silenziosi, che non si vedevano, stavano seduti nel freddo del chiostro, affaticando i loro occhi e concentrando la loro mente per copiare e ricopiare penosamente i manoscritti che essi avevano salvato. Nessuno di loro protestava su ciò che faceva; ma poco per volta i boschi paludosi divenivano eremitaggio, casa religiosa, masseria, abbazia, villaggio, seminario, scuola e infine città. Si può ben dire, infatti, che i borghi e le prime città si svilupparono attorno alle abbazie, presenze stabilii a cui tutti potevano far riferimento. Lande deserte vennero così trasformate in territori a misura d’uomo».

Nel box a sinistra, in allegato il testo integrale