La Coldiretti prende posizione in merito al CETA (un trattato internazionale tra UE e Canada che prevede la progressiva liberalizzazione degli scambi commerciali reciproci), nell’articolo proviamo a spiegare sinteticamente di cosa si tratta e riportiamo la posizione critica del Presidente di Coldiretti Lombardia.

Walter Magnoni

ceta

Il CETA è un trattato internazionale tra UE e Canada che prevede la progressiva liberalizzazione degli scambi commerciali reciproci. Dopo la votazione favorevole del Parlamento Europeo del 15 febbraio scorso, l’intesa dovrà essere sottoposta a ratifica da parte di tutti i Parlamenti nazionali. Questo significa che il Parlamento italiano dovrà pronunciarsi su questo accordo. A livello generale prevede l’abolizione del 99% dei dazi doganali su alcune merci, in modo progressivo, nell’arco di 7anni.

Contingenti tariffari sono previsti per alcune tipologie considerate “sensibili”. Ad esempio la UE ha concesso l’ingresso a dazio zero ogni anno di 45.000 tonnellate di carne di manzo e di 75mila tonnellate di carne suina. Pasta e biscotti sono stati inseriti nei prodotti definiti “sensibili”. Mentre il grano rientra in una categoria destinata alla progressiva abolizione dei dazi. Resta però da chiarire se la classificazione dei grani italiani corrisponda a quella canadese. Intanto la regolamentazione dell’UE in materia di dazi doganali, in base a un meccanismo di calcolo che considera l’andamento dei prezzi degli ultimi anni, ha già portato il dazio pari a zero nel grano duro di tutte le qualità. Il CETA in pratica azzera i dazi senza considerare le fluttuazioni di mercato che si verificheranno terminati gli anni di transizione.

L’accordo prevede l’ingresso di 173 prodotti europei a indicazione di origine fra cui 41 italiani, ma in Italia ce ne sono molti di più: 811 tra DOP, IG, STG e vini DOCG –DOC -IGT. Delle 41 indicazione geografiche italiane, tre devono fare i conti con marchi di prodotti già presenti e registrati in Canda e che fanno riferimento proprio a grandi formaggi italiani (tipo Asiago, Fontina, Gorgonzola).  Inoltre in Canada è stato registrato anni fa un marchio PARMA con cui si commercializza prosciutto prodotto in Canada e non certo in Emilia Romagna. Non si può trascurare poi il fatto che delle 41 indicazioni geografiche italiane indicate nel CETA, ci sono 8 IGP non prevedono nel loro disciplinare che la materia prima di lavorazione sia italiana.

 

L’accordo permette anche che il termine “Parmesan” rimanga utilizzabile in Canada, ingenerando quindi confusione con i veri e originali grandi formaggi duri italiani come il Grana Padano e il Parmigiano. UE e Canada adotteranno sanzioni amministrative per impedire a chiunque di fabbricare preparare e vendere prodotti alimentari in modo falso, ma non ci sono riferimenti a disposizioni penali. Il CETA dovrà poi indicare delle linee guida, non ancora stabilite, per il riconoscimento di equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie nei due Paesi, rendendo di fatto possibile ottenere il mutuo riconoscimento di un prodotto e quindi evitargli nuovi controlli nel Paese in cui verrà venduto se si è in grado di dimostrarne “oggettivamente” la sostanziale equivalenza con quelli commercializzati nel Paese di produzione. Infine non è presente il principio di precauzione rispetto agli OGM e questo fa pensare circa la tipologia di prodotti che potrebbero arrivare in Europa visto che il Canada può quindi importare da USA ed esportare nell’Unione Europea.

È un accordo complesso, molte pagine che chiedono di essere interpretate. La Coldiretti, dopo averlo fatto ha espresso i suoi dubbi sull’accordo.

Di seguito la dichiarazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Lombardia: «No all’accordo di scambio con il Canada. Troppo comodo, per loro. Mentre noi ci rimettiamo in ogni senso: offriamo un mercato da oltre 700 milioni di persone contro il loro che è di appena 20 milioni e in più togliamo tutte quelle barriere anche sulle sicurezza alimentare che fino a oggi stanno tutelando i nostri consumatori. Qui si sta facendo solo un favore a qualche lobby, visto poi che viene sancito il principio che per definire un prodotto Made in Italy non serve più la materia prima italiana ma basterà impacchettarlo in Italia e il gioco è fatto. Ripeto, così non va».

Lo stesso Prandini poi aggiunge: «Mi stupisco che rappresentanti dei Consorzi di tutela di gloriose Dop, come il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano, festeggino l’intesa con il Canada, dimenticandosi che per quattro forme di formaggio che pensano di esportare in più chiudono gli occhi sul fatto che in quel Paese si continueranno a vendere liberamente formaggi simil Gorgonzola, Asiago, Fontina, ma anche il famigerato Parmesan, oppure il prosciutto contrassegnato con il marchio “Parma” di una società canadese che ha da tempo registrato il marchio. Non mi pare che ci sia uno scambio equilibrato».

Secondo un’analisi tendenziale della Coldiretti regionale su dati Istat – nel 2016 la Lombardia ha registrato una battuta d’arresto del suo export agroalimentare in Canada, sfiorando gli 85 milioni di euro rispetto agli 88 milioni del 2014, mentre l’import tendenziale di prodotti canadesi in Lombardia al contrario è tornato a crescere rispetto ai 16milioni e mezzo del 2015.

«Gli italiani – spiega Prandini – devono sapere che con questo accordo potrebbe essere rimessa in discussione la decisione presa in Europa sugli Ogm, rischierebbero di aprirsi autostrade all’ingresso di carne agli ormoni, oggi c’è il divieto, ma tutto tornerebbe in gioco, di grano duro di bassa qualità trattato con glifosate che da noi è stato bandito, che diventerà pasta finta italiana, di prodotti con standard di sicurezza sanitaria lontani da quelli strettissimi di casa nostra, di carne suina che si trasformerà  in salumi che nulla hanno a che vedere con il nostro Paese. Il tutto sarà agevolato perché si eliminano quelle barriere non solo tariffarie che abbiamo voluto per impedire che sulle nostre tavole arrivino cose che fanno male alla salute. E poi un soggetto, ad esempio una grande industria alimentare canadese, che riterrà che queste barriere non siano del tutto state rimosse, potrà chiamare in causa il Paese che si è reso responsabile di ciò chiedendo i danni. Insomma, con questo accordo ci stiamo facendo male da soli. Non lasceremo che l’ultima parola sia quella dei 28 europarlamentari europei italiani su 73 che hanno risposto sì assecondando, spero in modo non consapevole, gli interessi di qualche multinazionale».