Sostenere il commercio di vicinato aiuta l’ambiente… e la gente

Giovanni Guzzi

mercato

Tutti ci scandalizziamo nell’apprendere dello sfruttamento di migranti (e non solo) irregolari (e non solo) al lavoro come schiavi nelle campagne del meridione d’Italia. Tutti però (o quasi tutti), per i nostri acquisti scegliamo di avvalerci dei punti vendita che ci permettono di risparmiare anche soltanto pochi centesimi.

Una scelta comprensibile da parte di chi ha veri problemi economici e fatica a comprare di che nutrirsi. È invece meno giustificato chi, anche senza essere ricco, ha comunque disponibilità che gli consentano (anche con qualche rinuncia) una vita dignitosa.

Chi rincorre offerte di pomodori a meno di 1 euro al chilo dovrebbe domandarsi come questo sia possibile e chi paga il costo ambientale e sociale dello sconto di cui usufruisce.

Questo vale per i singoli ma anche per istituzioni, organizzazioni e via dicendo fino ad arrivare, per dirne una, ai volontari della cucina parrocchiale che acquistano ciò che occorre per la cena della festa patronale o per i pasti dell’oratorio feriale.

E ancora, nel tempo di Avvento, il parroco ha invitato a fare acquisti al vicino supermercato, con cui ha fatto un accordo dal quale ricava un contributo economico per la chiesa grazie ai punti raccolti dai parrocchiani. I volontari dell’associazione caritativa, invece, vanno al grande centro commerciale ad impacchettare i doni natalizi in cambio di un’offerta che destinano ai bisognosi. Altri stanno alle sue porte per raccogliere la spesa donata dai clienti più generosi ed il gruppo della mensa dei poveri è orgoglioso di aver organizzato un efficiente servizio di ritiro del fresco invenduto.

Tutte iniziative encomiabili che però dimenticano che la grande distribuzione può permettersi questa “generosità” e prezzi più competitivi grazie a logiche di scala (ed un meno nobile potere contrattuale verso i fornitori) che “strozzano” i piccoli commercianti. E per ogni posto di lavoro che crea ne fa perdere in numero maggiore obbligando alla chiusura i negozi del territorio circostante che non reggono il confronto.

Nella parrocchia vicina hanno fatto produrre i “panettoni di beneficenza” ad un ristorante che non aveva la licenza per venderli al pubblico ed il “pane della carità” ad un panificio industriale del comune confinante. Senza volervi vedere per forza un diretto legame di causa-effetto, è successo però che il forno a conduzione familiare vicino alla chiesa ha dovuto chiudere, tre persone hanno perso il lavoro ed ora il pane si può acquistare solo al supermercato… appena costruito fuori città: “là dove c’era l’erba” e dove occorre andare per forza in auto!

Anche nel paese del mio amico è rimasto un forno soltanto: speriamo che il suo parroco chieda a questo di produrre le “colombe di beneficenza” per Pasqua, siamo ancora in tempo.

Pubblicato su Campanili Verdi