Riflessioni su una città plurale e della sua urbanistica, alla ricerca del bello

di Marcello Menni

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Cardinal Carlo Maria Martini al Comune di Milano del 28 giugno 2002, “Paure e speranze di una città”. Vi si trova un’importante ed assai attuale affermazione: «…“Scegliersi l’ospite è un avvilire l’ospitalità” diceva Sant’Ambrogio… Il magnanimo ospitante non teme il diverso, perché è forte della propria identità. Il vero problema è che le nostre città, al di là delle accelerazioni indotte da fatti contingenti, non sono più sicure della propria identità e del proprio ruolo umanizzatore…». Bisogna guardare la città «come opportunità e non solo come difficoltà…».

 

Questa affermazione dell’indimenticato Card. Martini è ancora più applicabile al tema dell’urbanistica contemporanea, e alle sue intersezioni con l’architettura e l’arte, specialmente nella sua dimensione monumentale.

 

La sviluppo urbano nel contesto milanese e lombardo sta mostrando oggi le contraddizioni, ma anche le incredibili possibilità, che sono state offerte da boom paragonabile solo a quello della ricostruzione post bellica. La legge 12 del 2005  della Regione Lombardia, che è stata la tavolozza, l’orizzonte normativo ma anche ideologico di uno sviluppo da stimolare, è stata utilizzata dai comuni, che coi loro strumenti di pianificazione sono i veri signori incontrastati dello sviluppo urbano in maniera molto differenziata.

 

Un primo modo è stato semplicemente quello di far cassa: gli oneri di urbanizzazione, in un momento di taglio di trasferimenti statali sono stati spesso un facile mezzo per rimpinguare bilanci. Il chiassoso sviluppo di alcune parti del milanese e del varesino sono semplicemente uno specchio di un inseguimento forsennato di risorse, con risultati spesso paradossali. Migliaia di nuovi cittadini, a cui dover garantire nuovi sevizi (scuole, strade, servizi sociali) non hanno fatto che spostare il problema economico verso il futuro.

 

Un secondo modo è stata quello della pianificazione contrattata: alla concessioni di nuove cubature nei piani di intervento si chiedeva ai costruttori di garantire alla cittadinanza servizi  – infrastrutture, scuole, ospedali … – per compensare consumo di suolo e “utilizzazione” della città da parte dei nuovi utenti.

Se amministratori consapevoli hanno saputo (o potuto) scegliere progetti di trasformazioni esteticamente gradevoli, magari con firme “illustri” di architetti, ed interventi monumentali di artisti “a completamento” dell’intervento stesso, il risultato è il più delle volte stato la creazioni di cattedrali in deserti urbani, o ghetti di lusso, in ogni caso cesure del tessuto urbano dove anche la bellezza del progetto era semplicemente rivolta “verso l’interno”, come uno scrigno o un hortus conclusus spesso accentuando il tipico refrain milanese dell’eccellenza e dell’esclusività.

 

Inutile dire che, in presenza di un progetto iniziale, che oltre che estetico diventa spesso ideologico, cristallizzato e incapace di evolversi molto di questi progetti sono condannati all’usura del tempo, alla stanchezza e all’usura.

 

Esattamente la situazione che si crea nel terzo modello, quello della pianificazione pubblica: direttive troppo rigide al privato, interventi di edilizia “sociale” (edilizia popolare o edilizia convenzionata) hanno spesso teso alla creazione di quartieri giardino – quando c’erano le risorse – o confortevoli interventi che si sono nel migliore dei casi quartieri dormitorio.

Ecco che la ghettizzazione sociale, con la classe operaia a cui si è spesso sostituita quella dei nuovi migranti, si realizza con un tratto di pennarello su un ordinato mappale.

 

Ora quale può essere un quarto metodo, molto lombardo e molto ambrosiano, cioè attento alla propria identità, ma nello stesso tempo “ospitale”, umanizzante e aperto al diverso?

 

È straordinariamente interessante, a questo proposito, di piazza Duomo, a Milano nel passato, un’anomalissima piazza monumentale che fino alla fine del XIX secolo era, curiosamente, in una posizione decentrata, vicina e aperta alla campagna e alle influenze esterne, ben più di tanti quartieri periferici.

 

Curiosamente la pianificazione urbana nei secoli, in questa zona, non ha mai teso a isolarne chiaramente una funzione: luogo delle magistrature civili e religiose, ad un passo c’erano interi casamenti popolari accanto a palazzi nobiliari. Situazione questa sopravvissuta anche alla grande smania ordinatrice (e speculatrice) della laica e liberale amministrazione post unitaria, che aveva tollerato, ad esempio, in grande “verziere” ad una passo dalla grande cattedrale. Uno spazio dalla buona qualità di vita, aperto a varie “immigrazioni” che si sono susseguite nei secoli, e da sempre aperto al “bello”: tutti gli interventi, anche i più controversi, si sono bel amalgamati nel tessuto del centro storico.

 

Cosa ha sostenuto, a mio parere, questo modello di quartiere vitale, tutto sommato armonico anche se disomogeneo, socialmente e architettonicamente?

 

La sopravvivenza di un pezzetto di Medioevo, soprattutto, grazie al cantiere aperto della Cattedrale, ufficialmente conclusosi solo nel 1965 ma ancora oggi vitale per la naturale stessa del Duomo, con i suoi restauri, può aver aiutato questa speciale situazione durata almeno fino alle fine degli anni ’80-

 

 

E ci dà qualche buona indicazione per una virtuosa urbanistica per il futuro.

 

Innanzitutto un contesto urbano che incoraggi le convivenze di classi sociali, e che lo veda come un’occasione di arricchimento reciproco. Intorno a piazza Duomo sono convissuti nei secoli operai e artisti da tutta Europa, corti principesche e scaricatori di porto.

Uno dei maestri dell’architettura contemporanea, Richard Rogers, coprogettista del più interessante intervento della Parigi del ‘900 il Centre Pompadour, e curiosamente figlio del progettista della Torre Velasca a Milano, ama dire che troppo spesso gli urbanisti contemporanei hanno dimenticato che “Non si può pensare un’architettura senza pensare alla gente”. 

 

Poi un’urbanistica che incoraggi la fruibilità diffusa di tutto ciò che viene edificato, non creando spazi di privilegio o di ristretto accesso.

 

In terzo luogo una pianificazione che rispetti la eterogeneità di stili, di gusti e di necessità, purché veramente condivisi in un urbanistica che non solo contratti un prezzo “economico” per la collettività, ma che sia capace di esigere un “prezzo estetico”.

 

E, infine, l’importanza della bellezza monumentale. Piaccia o meno non si può non riconoscere che l’opera “Ago, Filo e Nodo” creata da Claes Oldenburg e da sua moglie Coosje van Bruggen, abbia completamente rivoluzionato piazza Cadorna, rendendolo meno un luogo di anomalo passaggio, ma trasformandolo un luogo “identitario” della città.

 

Questa importanza è stata viva via più clamorosa nella storia: il prevalere di una civiltà dell’immagine, la possibilità di riproduzione infinita dell’opera, e l’ingigantimento della forza simbolica dell’immagine stessa, rendono oggi il monumento, l’opera d’arte visiva, fondamentale per la definizione del volto urbano, con il potere di vivificarlo e arricchirlo, come le grandi cattedrali gotiche del Medioevo.

 

L’Arcivescovo Montini, che aveva compreso il segno dei tempi nell’importanza del gesto artistico anche nel contesto urbano, legò la nuova evangelizzazione della Milano industriale degli anni ’60 alla realizzazione di nuove Chiese. “Arte si appresta ai cantieri” amava dire “e voleva che le Chiese fossero un momento di alleanza fra l’arte e l’architettura contemporanea e una Comunità ecclesiale alla ricerca di un dialogo con la modernità.

 

Nuove Chiese che fossero capaci di essere un centro di Fede e di aggregazione, un punto di riferimento per i quartieri della città e del foraneo (e in gran parte questo risultato è stato acquisito),

 

Ma anche un’apertura al bello e al buono delle nuove espressioni artistiche. Se Proprio sotto l’episcopato montiniano vengono completati i grandi interventi di arte contemporanea progettati e voluti dal Card. Schuster in Cattedrale, questa tendenza fu continuata da tutti i vescovi milanesi e anche oggi il monumento “Paradosso” di Tony Cragg continua questa tradizione di un bello che vivifica una piazza che è al centro di un contesto molto depauperato dalla modernità.

 

Se oggi in centro città non abita quasi più nessuno, le “new users” possono essere portate a vivere con più umanità questo luogo.

 

Così anche attraverso l’arte le comunità cristiane posso trovare un modo per vivificare, con un bellezza carica di significato, il loro contesto urbano.