Nella Giornata della Memoria la testimonianza della senatrice della Repubblica italiana Liliana Segre. «Questo è il compito che mi sono data già da anni, dare voce a chi non è tornato, a quelli che sono i veri testimoni della Shoah»

Silvio Mengotto

Segre

Proprio un anno fa (30 gennaio 2017), in occasione della Giornata della Memoria,  nei locali del Memoriale dove partivano i convogli carichi di ebrei e oppositori al fascismo e nazismo per Auschwitz, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi disse: «Sono rimasto molto sorpreso di come questa Memoria l’anno passato sia stata generatrice di solidarietà, cioè questo Memoriale  non abbia accettato di essere un monumento freddo del passato, nell’indifferenza della Stazione, ma sia stato creatore di solidarietà, di accoglienza per i rifugiati, i profughi di passaggio e tutto questo era molto bello e denso di significato. In un certo senso che  questa memoria fosse anche la porta per gente che entrava e andava in Europa».

La storia, la memoria, oltre a non stancarsi mai di ricordare, devono sempre essere attive come lo è stato il Memoriale della Shoah della Stazione Centrale dove si ospitarono, accolti per pochi giorni, più di 7000 rifugiati, immigrati di passaggio verso l’Europa.

Anche la porta del Senato si è aperta a Liliana Segre, presente al Memoriale con la sua testimonianza da senatrice della Repubblica italiana. Aveva tredici anni quando dal binario 21, insieme a tanti ebrei, partì per Auschwiz. «Quando fui portata – dice Liliana Segre – a visitare il Senato mi chiesero cosa pensassi entrando al Senato. Anche se così vecchia sono sempre quella bambina scacciata dalla scuola pubblica di via Ruffini che frequentavo a Milano. Unica della classe espulsa dalla scuola. Vedermi, come ero allora, passare da via Ruffini, dove la porta per me era chiusa, mentre le altre bambine potevano entrare, devo dire la verità che mi ha fatto un certo effetto entrare dalla porta aperta del Senato».

In questi giorni la domanda che ripetono a Liliana Segre è cosa pensa di questo rigurgito razzista e fascista presente in Italia e in Europa. «Rispondo sempre che lo trovo osceno! Mi viene in mente questo aggettivo, che naturalmente si usa per altri lati della nostra vita, come l’unico adatto. E questo è possibile perché subito dopo la guerra, con quello che era successo, lo sterminio di sei milioni di bambini, neonati, uomini, donne, vecchi, vecchissime persone portate a morire per la colpa di essere nati, non era passato il fascismo, il nazismo, ma erano silenti! Covavano sotto quella cenere che avrebbe dovuto essere simbolo di quelli che erano passati per il camino, invece era la cenere dell’indifferenza, dell’odio mai passato. Poi il tempo passa. Ricordo altre stragi, altri genocidi che sono diventati una riga in un libro di storia. Qualcuno passa via quella pagina e gli sfugge. Questo è il compito che mi sono data già da anni, per dare voce a chi non è tornato, a quelli che sono i veri testimoni della Shoah».

Chi entra al Memoriale trova la parola “indifferenza”scritta  a caratteri cubitali «anzi – continua Liliana Segre – dovrebbe essere scritta anche più in grande se fosse possibile. Perché l’indifferenza terribile di allora è tremenda anche adesso». Per Liliana Segre  l’indifferenza è più colpevole della violenza stessa «è l’apatia morale – conclude Liliana Segre –  di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo» Come il grido inascoltato di chi, anche in questo momento, dai barconi nel Mediterraneo chiede una nuova vita e un futuro, mentre l’Europa rimane sorda e indifferente. Coloro che non hanno memoria del passato sono condannati a ripeterlo, per questo «la memoria è il vaccino necessario contro l’indifferenza»