«Se noi guardiamo il futuro – dice padre Ibrahim Alsabagh - con degli occhi umani, con la saggezza umana, non c’è futuro, ma se noi lo guardiamo con gli occhi della fede, possiamo comprendere come questo albero della cristianità è radicato nella cultura e dona sempre testimonianza di salvezza»

Silvio Mengotto

Ad Aleppo prima della guerra due terzi di 4 milioni di abitanti hanno lasciato la città. In particolare le famiglie ricche e gli uomini in età da lavoro. Sono rimasti soprattutto i poveri, gli anziani, le donne ed i bambini. Nel mese di dicembre 2016 la guerra ad Aleppo è finita, non in tutti quartieri della città. La popolazione rimasta ha ripreso il terreno bruciato sulle macerie e gli edifici paurosamente distrutti. Molte famiglie hanno perso le loro case e vivono oggi in condizioni miserabili, talvolta quasi disumane. A causa della disoccupazione, che colpisce l’85% degli adulti, il 95% delle famiglie delle famiglie vivono sotto la soglia della povertà. Dopo la guerra e l’esodo il rapporto ad Aleppo tra uomini e donne viene stimato uno a dodici! «La pace – dice padre Ibrahim – è ancora molto fragile, ci sono molti segni di cellule di terrorismo “dormienti” che possono svegliarsi in qualunque momento. Viviamo nella paura continua di attentati, soprattutto durante le feste e le celebrazioni. La guerra attorno alla città continua, la notte sentiamo i bombardamenti ed i rumori delle fucilate. Ogni tanto la strada principale (unica) che conduce ad Aleppo è bloccata dai combattimenti». Quando la parte Est della città è stata liberata, la gente si è precipitata per recuperare le case, uffici, magazzini. Molti hanno vissuto uno shock enorme nel vedere in quale stato si trovavano. La popolazione rimasta, nessuno escluso, si è messa a sgomberare le macerie senza macchine o strumenti, ma unicamente con le loro mani.

Come vive la popolazione di Aleppo questi primi mesi di ricostruzione? «Le condizioni di vita sono molto dure, talvolta quasi disumane : l’elettricità arriva molto poco e in maniera irregolare, in molti quartieri non c’è l’acqua, in altri c’è ma non è potabile, si registrano casi di infezioni intestinali. Osservo una grande povertà»

Di che si tratta? «Molti abitanti hanno fame. La carne ed il formaggio sono ormai solo un sogno. I genitori rinunciano alle cure mediche per poter acquistare del pane. Come risultato, le malattie normalmente benigne finiscono per essere mortali. I prodotti hanno dei prezzi molto elevati. Le medicine sono aumentate in maniera considerevole. I genitori che lavorano e che hanno due bambini non possono che a metà rispondere ai loro bisogni. Alcuni quartieri sono stati ridotti in rovina, in altri la situazione è migliore. Molti edifici sono danneggiati, ma non sono crollati. La città cerca di rimettersi in marcia per il lavoro, il commercio, di ritrovare una vita normale. Ma non è ancora possibile per diversi motivi. Per questo nella nostra parrocchia abbiamo sviluppato dei progetti umanitari al servizio degli abitanti di Aleppo. Attualmente abbiamo 33 progetti di due tipi: l’urgenza umanitaria e la ricostruzione»

Che assistenza sviluppa l’urgenza umanitaria? «In concreto pensiamo di realizzare diversi aiuti emergenziali: la distribuzione mensile degli aiuti alimentari e dei prodotti igienici per più di 3mila famiglie, un aiuto per pagare l’elettricità dei generatori, l’approvvigionamento di acqua potabile e di riserva d’acqua, la distribuzione mensile del latte e pannolini alle famiglie con infanti dai primi giorni della nascita fino ai due anni. Durante l’inverno un aiuto alle famiglie per l’acquisto dell’olio combustibile (per riscaldare le case) e la distribuzione dei vestiti e stivali invernali per tutti: uomini, donne, bambini. Un aiuto ai malati per i trattamenti medicali, gli interventi chirurgici spesso molto costosi e l’acquisto delle medicine, il sostegno finanziario degli studenti ed universitari che sono l’avvenire della nostra patria, l’aiuto alle 160 famiglie che hanno dei membri della famiglia con handicap»

Quali sono gli obiettivi della ricostruzione? «Sono tre: ricostruire le case, l’attenzione alle giovani coppie e la realizzazione di mini progetti lavorativi. Ricostruire una casa significa ricostruire una famiglia. Nel 2016, mentre cadevano i missili, abbiamo ricostruito 268 case. Per il 2017, abbiamo rinforzato questo progetto. Da gennaio abbiamo avuto 700 domande. Siamo riusciti, con l’aiuto di otto ingegneri, a ricostruire 328 case. Centinaia e centinaia di famiglie sono ancora in attesa. Un altro progetto riguarda direttamente le famiglie. Abbiamo identificato 950 giovani famiglie, sposate dal 2010 ad oggi. Sono molto povere perché non hanno nessun risparmio, per questo pensano di emigrare. D’altra parte sono l’avvenire della società e della Chiesa. Noi li sosteniamo spiritualmente con l’incontro mensile della formazione e materialmente con un cesto (cibo, prodotti igienici, etc.) ogni mese, l’assistenza sanitaria in generale, specialmente la maternità: gravidanza, parto, kit bebé. E’ un progetto molto bello per dare speranza alle giovani coppie che hanno fatto un passo molto coraggioso, eroico, impegnandosi nel matrimonio in queste condizioni e che hanno il coraggio di dire sì al dono della vita e la nascita dei bambini. Noi li accompagniamo nella loro missione per il paese e per la Chiesa»

Quali sono i mini progetti lavorativi? «L’economia è gravemente segnata. La manodopera manca, così come i soldi. Per questo abbiamo lanciato il programma di mini progetti. Le persone quando hanno perso le loro botteghe durante la guerra, o i giovani che hanno un mestiere ma non il capitale per realizzare i loro sogni, presentano i loro progetti, che noi, dopo un esercizio di vaglio e discernimento fatto in équipe, aiutiamo a finanziare. E’ un pegno di autonomia che consente alle persone di passare dalla dipendenza economica all’ indipendenza. Ora siamo di nuovo nelle mani della Provvidenza. Quando guardiamo le condizioni di vita ad Aleppo, oggi è una disperazione. Ma la presenza dolce e tenera del Risorto cambia questa situazione e fa di questa città di morte una città di vita, un luogo di guarigione. Dopo sei anni di guerra, oggi è il tempo della ricostruzione, non solo della città ma anche dei cuori. Il conflitto ha lasciato delle ferite profonde nella gente, oltre ai dolori, scoraggiamento e fatiche, anche se prendono la decisione di cominciare una nuova vita. L’uomo è stato veramente distrutto, non solo le case. Gli abitanti di Aleppo vedono nella loro carne e nella loro anima gli effetti brutali della guerra. Tutti portano le ferite»

I giovani, i bambini, così pesantemente feriti, come vivono questa fase di cambiamento nella pace? «Tra le più grandi sfide ad Aleppo c’è la ricostruzione della persona, soprattutto del bambino che è il più vulnerabile. Questo anno scolastico, causa del trauma non guarito, molti bambini non arrivano neppure a concentrarsi a scuola. Per questo durante l’estate abbiamo organizzato nella nostra parrocchia l’Oratorio estivo che ha accolto 800 bambini di tutte le sorti. Le attività sono durate due mesi: giugno e luglio ed è stato un tempo di ricostruzione “dei più piccoli” ad Aleppo. Il tema è stato: Coloro la mia vita con Gesù. La vita ad Aleppo ha perduto i suoi colori; con la quantità non misurabile della distruzione, con le condizioni di vita molto dure, molti colori sono scomparsi. Con gli occhi dei bambini, tutto è stato avvolto di nero. Solamente Gesù può donare un colore a quello che noi viviamo. Solamente Gesù può restituire i colori, dare il senso a quello che noi viviamo. Per arrivare a questo scopo il programma è stato riempito di diverse attività. Per rendere i bambini contenti li facevamo: ballare, cantare, disegnare, giocare a basket, nuotare, fare teatro, fare lavori manuali, confezionare dolci. La Celebrazione Eucaristica era al centro di tutte le attività dell’Oratorio, perché è Gesù che si offre personalmente, mentre noi siamo tutti degli strumenti per favorire il suo incontro con ciascun bambino»

 Come sono i rapporti con la società i musulmani? «Noi ci sentiamo responsabili verso tutti i Siriani. Abbiamo un ruolo molto importante da giocare in favore della riconciliazione, del perdono e della pace. Dobbiamo essere un ponte, contribuire alla riconciliazione de musulmani tra di loro e con i cristiani. La sofferenza ci ha uniti di più e reso il dialogo più sincero. Un giorno abbiamo conversato con un sceicco e abbiamo scoperto che condivideva le stesse sofferenze e sconfitte. Così come quella dell’educazione. Come educare una generazione di studenti feriti dalla guerra, che hanno solamente in bocca i termini tecnici dei missili e delle armi, l’inquietudine nei loro cuori, disturbati psicologicamente e spiritualmente? E’ sul bene comune che dobbiamo concentrarci, nell’armonia e la pace. Dobbiamo dare l’esempio, promuovere e incoraggiare il rispetto reciproco. Non concentriamoci sui nostri diritti, ma sui nostri doveri. E’ come in famiglia, dove non ci si chiede se è la donna o l’uomo che fa più sacrifici. L’importante è continuare a vivere la comunione. Non ci chiediamo perché l’altro non l’ha fatto fino ad adesso; facciamo il passo, ed è tutto.

Questa attenzione si è concretizzata in qualche scelta? «Alla festa di Natale, ho espresso la mia gioia per la liberazione dal terrore, dai missili che cadevano sulle nostre teste. Ma anche la mia tristezza nel pensare ai nostri fratelli e sorelle musulmani; bambini, donne e uomini, che avevano dovuto abbandonare la città, partire e vivere nel freddo e nella fame. Gesù si è incarnato nella nostra realtà e noi non dobbiamo distogliere il nostro sguardo da Lui. Ho quindi invitato i nostri fedeli a fare qualcosa. Siamo andati verso i nostri fratelli musulmani, alla periferia di Aleppo, verso le donne dei terroristi che hanno ucciso i nostri figli, a domandare se loro e i bambini avevano bisogno di aiuto, per mostrare il nostro perdono e la nostra riconciliazione. E’ stato un incontro con l’uomo, creato ad immagine e somiglianza del Signore. Solo Cristo Resuscitato, che ha riportato la vittoria sulla morte e sul male, può realizzare questo miracolo: fare uscire il bene dal male. Davanti al male della divisione, siamo diventati più uniti. A causa dell’odio, abbiamo condiviso molto perdono, molte persone indifferenti si sono rivolte verso la Chiesa. Vedo una comunità molto unita e in preghiera, che pensa alla carità, ai più poveri»

Avete collaborato con le autorità locali? «Con la collaborazione dei governanti e municipalità locali, abbiamo realizzato l’azione: Prendere cura insieme della nostra città Aleppo. Domenica 18 Giugno un gruppo di scout ha cominciato a dipingere i marciapiedi cittadini, restaurare anche le insegne municipali; un piccolo gesto per dare colore alla città. L’invito è stato indirizzato all’insieme della popolazione e per sostenere gli scout. Sono arrivate tante persone piene di entusiasmo. Noi, la Chiesa Latina, abbiamo fornito a tutti i guanti, la vernice, i secchi ed i pennelli. L’esperienza è stata ripetuta la domenica successiva. Volontari, ancora più numerosi, si sono divisi in gruppi e ciascuno ha partecipato in un altro quartiere della città (non il suo). Crediamo che con queste piccole azioni, piccoli gesti, riusciremo tutti insieme a ricostruire la nostra città e la nostra società. La Chiesa deve fare il primo passo, cominciare a seminare e questo, lo constato tutti i giorni, è contagioso»

Ci sono state sorprese? «Abbiamo registrato un grande avvenimento: il ritorno di alcune famiglie ad Aleppo. Dalla Germania, altre dall’Armenia, dal Venezuela, altre da città siriane. Ci dicono che hanno preso la decisione di ritornare dopo aver appreso che potevano contare sull’aiuto della Chiesa. Dedichiamo molto tempo ed energie per accogliere queste famiglie, che hanno bisogno di essere sostenute per ricominciare la vita ad Aleppo. Gli garantiamo un sostegno economico, li aiutiamo a trovare un lavoro, a rilanciare le attività commerciali, riaprire le case. Allo stesso tempo, qualche famiglia ancora pensa di lasciare la città. Facciamo di tutto per evitare alle famiglie di essere costrette a partire per vivere nella dignità. E’ per questo che ci sforziamo di portare un aiuto umanitario, in più di quello spirituale. Facciamo quello che possiamo per rendere più leggera la croce di Cristo, veramente molto pesante. Incoraggiamo le famiglie a restare ed i governi occidentali a comprendere che è più facile aiutare le persone a restare nel loro paese migliorando la situazione locale, che la fuga/spostamento in Occidente. Il nostro convento di San Francesco è sempre aperto per accogliere tutte le persone, senza distinzione, chi bussa alla nostra porta. Incontrando tutti questi deprivati, vedo il viso di Cristo sofferente sulla Croce»

Come vede il futuro? «Molto incerto. Sappiamo che la guerra è lunga. E’ l’esperienza dell’Iraq, del Libano. In mezzo a questa incertezza, abbiamo la certezza della fede. Questa ci dà coraggio. Sappiamo che c’è Qualcuno molto forte che ci protegge, Nostro Signore. Egli abita ad Aleppo. Soffre e continua a subire nella Storia la sofferenza che manca nel suo corpo. Se noi guardiamo il futuro con degli occhi umani, con la saggezza umana, non c’è futuro, ma se noi lo guardiamo con gli occhi della fede, possiamo comprendere come questo albero della cristianità è radicato nella cultura e dona sempre testimonianza di salvezza»