Due lettere inedite di Carlo Bianchi della Fuci di Milano, fucilato insieme a 67 martiri di Fossoli. A colloquio con la figlia Carla Bianchi Iacono

Silvio Mengotto

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Carlo Bianchi, Capanna Marinelli, Monte Rosa,1932

Il 12 luglio 1944 al Poligono di Cibeno, a pochi chilometri dal campo di concentramento di Fossoli, si consumò una delle pagine più oscure e dimenticate della storia, per rappresaglia vennero fucilati 67 antifascisti. Un anno fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in diretta televisiva citò tre milanesi fucilati a Cibeno: Carlo Bianchi,  Jerzy Sas Kulczychi e Giuseppe Robolotti.

A nome degli universitari e laureati cattolici Carlo Bianchi sottopose al cardinale Ildefonso Schuster un promemoria, che verrà approvato, con le linee guida di un “Segretariato del popolo” (Carità dell’Arcivescovo, ancora oggi esistente) per sopperire alle difficoltà e alle necessità dei milanesi meno abbienti duramente provati dalla guerra e dai bombardamenti. Nel 1943 Carlo Bianchi conosce Teresio Olivelli e lo presenta al CLN di Milano. Prende corpo l’idea di pubblicare un foglio clandestino il Ribelle nella convinzione dell’imminente caduta del regime, ma il 27 aprile 1944 in piazza San Babila Carlo Bianchi e Teresio Olivelli vengono arrestati. Dopo la detenzione nel carcere di San Vittore saranno trasferiti a Fossoli.

Per vent’anni Carla Bianchi Iacono, figlia di Carlo Bianchi, ha promosso ricerche e studi per conoscere la strage e, soprattutto, «chi erano – dice Carla Bianchi – le persone fucilate con mio padre. Un anno fa, proprio dal campo di Fossoli, ho avuto l’onore di parlare al presidente della Repubblica, una inaspettata gratificazione vissuta con commozione. La stessa Fondazione del campo di Fossoli ha riconosciuto un merito alle mie ricerche chiamandomi a parlare alla presenza del presidente della Repubblica, che ha mostrato una profonda sensibilità. Per mantenere viva la memoria e rendere giustizia ai martiri di Fossoli al presidente della Repubblica avanzai la proposta di aprire una stagione in cui questa strage, la più anomala fra le stragi nazi-fasciste, venisse inserita nel novero di quelle ricordate dallo Stato italiano con la stessa risonanza mediatica delle altre e non solo dal Comune di Carpi, che in tutti questi anni non ha mai mancato di commemorare i 67 martiri. Dopo un anno oggettivamente viviamo una fase di stallo. Per il prossimo anno il comitato di Milano Le pietre di inciampo, presidente la neo senatrice Liliana Segre, ha programmato 30 nuove pose per ricordare antifascisti ed ebrei. Tra questi anche Franco Rovida, uno dei tipografi del giornale clandestino il Ribelle. Una memoria preziosis­sima».

Negli anni universitari (1934-1935) Carlo Bianchi era solito trascorre un breve periodo di vacanza in Germania. Al suo rientro gli fu chiesto il parere su Hitler e il nazismo: «O faranno – rispose Carlo Bianchi – una rivoluzione fra di loro, e sarà terribile, o si romperanno la testa con tutti gli altri. Se irromperanno fuori dalla loro terra, bisognerà fermarli ad ogni costo, ma il cozzo sarà duro». Carlo Bianchi si proiettava profeticamente nel futuro coltivando le idee che l’avrebbero animato nelle  scelte successive.

Nella lettera, ancora inedita, alla moglie Albertina ricca di affetto anche per i tre figli, in data 18 gennaio ’44 – mancano due mesi al suo arresto con Teresio Olivelli, scrive: «Questa mattina ho fatto la comunione in occasione dell’apertura del Centro di assistenza per i poveri che abbiamo aperto alla Fuci: penso proprio questo che per ritrovare la parte migliore di noi è necessario dimenticarci, dare quanto più è possibile, agire per il bene, tuffarci nella carità. […]Appunto perché ho figli sento che occorre per loro salvare l’avvenire dell’Italia, della civiltà, della libertà, della dignità: per essi voglio dare il mio contributo alla ricostruzione del domani, riserbandomi la gioia di avervi  uniti e stretti attorno a me nella nostra casa, quando la pace, quella vera, tornerà a sorriderci e a consolarci». «Mio padre – commenta Carla Bianchi – ha avuto la lungimiranza di guardare al domani, per questo si è impegnato al massimo per contribuire alla liberazione dal fascismo. Credo che queste idee di libertà, dignità e di un nuovo avvenire per l’Italia e i figli non erano solo di mio padre».

L’11 luglio ’44, vigilia dell’eccidio, Carlo Bianchi vive una sorta di inconscio presentimento e scrive due lettere e due biglietti. Nella lettera alla moglie Albertina allega un biglietto, ancora inedito, da consegnare all’ingegnere Testori (Uomini di A.C. – Collegio San Carlo – Corso Magenta). All’epoca Angelo Testori era il presidente degli uomini di Azione Cattolica di Milano. Si tratta di un saluto agli amici  e Assistenti, ma anche la testimonianza dello sforzo di realizzare, tra le baracche al campo, una solidarietà concreta e un gruppo del Vangelo come verrà confermato da Odoardo Focherini, che morirà tra le braccia di Olivelli nel campo di Hersbruck. Al campo di Fossoli, anche se per pochi giorni, Carlo Bianchi conobbe Odoardo Focherini.

“Caro Testori – scrive Carlo Bianchi – , unisco il mio affettuoso saluto e ricordo per te e amici, Camurati, Colnaghi, Cerletti, ecc: un pensiero particolare agli Assistenti che ci ricordino nelle loro preghiere sacerdotali. Dì a Cerletti che ci sforziamo di fare un “Raggio di Campo”. Vi ricordiamo spesso e vi siamo vicini nel lavoro d’apostolato, di bene, di carità, d’amore che a noi è tolto di effettuare e per il buon esito del quale tutti i soci A.C. di qui offrono le loro sofferenze.  Saluti carissimi.  Ing. Carlo Bianchi»