Esce per San Paolo il volume dello psichiatra e psicoterapeuta Sergio Astori dal titolo: Resilienza. Delicato e limpido, introduce a una virtù personale e civile: offre spaccati, trascrive conversazioni, evoca passaggi clinici, indica figure storiche, sempre con un perché.

don Sergio Massironi

Puoi essere insegnante in una scuola d’infanzia o funzionario delle Nazioni Unite, giudice di mafia sotto protezione o paziente in psicoterapia, giovane artista o cittadino alle prese con una disabilità: tenere duro è troppo e insieme troppo poco. Il lavoro e le responsabilità pubbliche, ma anche il mondo di affetti e progetti che chiamiamo privato, domandano oggi più che mai virtù. Custodire il cuore, e in esso lucidità e pace, è questione di ogni giorno: un’arte che la sapienza filosofica e religiosa ha nei secoli coltivato, ma fatica a trasmettere nel vorticoso ritmo delle società tecnologicamente avanzate.

Resilienza è parola difficile, dal retrogusto un po’ elitario. Eppure il lettore del piccolo volume di Sergio Astori (San Paolo 2017) s’immergerà in pagine dense di vita, vicine, capaci di delineare traiettorie. L’autore coglie la sete di senso che attraversa la contemporaneità e dimostra con quale fecondità rigore scientifico ed energia narrativa possano intrecciarsi. Non si tratta di un testo divulgativo, se questo significa un “di meno” rispetto alle pubblicazioni di carattere accademico. Al contrario, viene smentito che di livello “alto” siano argomenti astratti rispetto agli interrogativi comuni, per adottare un modo di procedere che, invece, leghi e colleghi esperienze e persone. Vite reali, la cui consistenza è interpretata e in certi passaggi sostenuta dalla professionalità dell’analista, mai però risolta in una teoria o in un metodo di scuola. Nell’epoca della complessità e della velocità, resilienza significa tempo, lavoro, trasformazione, sorprese: aspetti colti nell’accompagnamento paziente e in un ascolto di qualità. Il sapere si accresce e si acuisce ospitando squarci di vita e di dolore, osservando come le crisi siano in grado di istruire e di aprire scenari inediti.

Per resistente, spiega l’autore, s’intende un sistema che non subisce cambiamenti rilevanti se esposto a un evento perturbativo. Resiliente, invece, rinvia a un livello di complessità superiore: l’essere in grado di recuperare il proprio stato, dopo averlo modificato a causa di un evento negativo indotto dall’esterno, e ciò grazie ad un processo di cambiamento. La resilienza, però, è ben più di una qualità: il libro rivela che come ogni arte essa va coltivata. Colpisce la connessione tra fedeltà a sé e sviluppo che ogni storia documenta: le prove ci possono cambiare. Nel libro affascina e coinvolge esattamente la posizione di ogni attore, di ogni voce: debole o sicura, vacillante o audace, ferita o sanata. Il lettore avverte anche che studiare non è inutile: la competenza professionale di chi scrive non lo umilia, ma spalanca dimensioni nuove di una quotidianità non solo dura, ma generosa.

“Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?”, si domanda l’orante del Salmo 11. Resilienza non è mollezza, né indifferenza, né impassibilità. Dell’agonia conserva la radice di lotta, ma nell’agone si concede di patire, di sentire, di avvertire. Si diviene avvertiti, coscienti, diversi, liberi, lucidi, capaci: è rinascere, senza bisogno di rientrare nel grembo di propria madre (cf. Gv 3,4), venire alla luce, dopo aver conosciuto realmente il buio, per apprezzare ciò che precedentemente non era colto, né compreso.