Trent’anni fa le Brigate Rosse uccidevano Roberto Ruffilli, senatore democristiano e scienziato della politica

Michelangelo Prenna

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La scelta della vittima non fu casuale e lo spiegarono gli stessi terroristi nel comunicato di rivendicazione da cui emerge chiaramente che Ruffilli fosse ritenuto “ […] uno dei migliori quadri politici della DC, l’uomo chiave del rinnovamento, vero e proprio cervello politico del progetto demitiano, teso ad aprire una nuova fase costituente, perno centrale del progetto di riformulazione delle regole del gioco, all’interno della complessiva rifunzionalizzazione dei poteri e degli apparati dello Stato. Ruffilli era altresì l’uomo di punta che ha guidato in questi ultimi anni la strategia democristiana sapendo concretamente ricucire, attraverso forzature e mediazioni, tutto l’arco delle forze politiche intorno a questo progetto, comprese le opposizioni istituzionali”.

Al di là della conoscenza da parte degli addetti ai lavori, Ruffilli risulta poco noto al grande pubblico, che ignora o nella migliore delle ipotesi non ricorda più, a trent’anni di distanza, il suo pensiero politico. Ecco perché in questa fase istituzionale assai articolata e complessa, giova al Paese rievocarne la figura.

Dopo gli anni di formazione in Università Cattolica, Ruffilli mosse i primi passi scientifici e professionali a Milano presso l’Istituto per la Scienza dell’Amministrazione  Pubblica (ISAP), sotto la guida di due illustri accademici quali Gianfranco Miglio e Feliciano Benvenuti. Fu proprio in questa sede che sviluppa e matura un profondo interesse per la storia delle organizzazioni, inteso come studio mai disgiunto dall’analisi della dimensione sociale.

Temi questi che, portati avanti nella sua attività di docenza presso gli atenei di Sassari e Bologna, saranno alla base della scelta di impegno politico. Egli si trovò, infatti, a vivere nei primi anni ottanta del secolo scorso una fase in cui si avvia un progressivo ma inesorabile distacco della società civile dai partiti, che, da luoghi in cui le istanze dal basso erano veicolate alla classe dirigente, si trasformano in centri di occupazione del potere.

Da componente della commissione bicamerale Bozzi per le riforme istituzionali e responsabile del Dipartimento della DC sui Problemi dello Stato, Ruffilli cercò di portare avanti un preciso disegno politico volto a produrre un impianto istituzionale che fosse in grado di coniugare sovranità dall’alto con legittimazione dal basso. Il processo di riforma che ne sarebbe derivato interessava tutti e tre i termini del rapporto fondante la nostra democrazia: partiti, istituzioni, cittadini. L’obiettivo era quello di consentire a ciascuno di essi di svolgere i propri compiti con adeguati controlli reciproci, facendo valere per ciascuno di essi il nesso consenso-potere-responsabilità  attraverso regole, norme e convenzioni efficaci.

Al netto delle riflessioni sui congegni istituzionali o sui rapporti tra organi costituzionali, il tema principale che viene in rilievo è quello, quindi, del rapporto tra autorità e libertà, tra potere e cittadino. Alla centralità di quest’ultimo crede fermamente Ruffilli che, insieme a Piero Alberto Capotosti, cura nel 1988 il “Il cittadino come arbitro: La Dc e le riforme istituzionali”, edito da Il Mulino – Arel.

Ne emerge l’idea di un necessario passaggio da una “democrazia governata”, in cui il popolo, malgrado il suffragio universale, segue ed in qualche modo subisce le decisioni politiche,  ad una “democrazia governante” in cui, invece, si dispiega il pieno esercizio della sovranità popolare da parte di un cittadino vero e proprio arbitro del quadro istituzionale. Al riguardo, però, Ruffilli intendeva non l’arbitro che cura l’osservanza delle regole di gioco, ma l’arbitro quale soggetto titolare della capacità di decidere, di premiare ed anche di punire, posto quasi come terzo rispetto alle controversie ed alle lotte della classe politica.

In tale ottica risultava necessario porre, attraverso i progetti di riforma proposti (in sintesi il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione dei parlamentari, il rafforzamento dell’esecutivo, una legge elettorale che garantisse rappresentanza e governabilità, la valorizzazione dell’iniziativa popolare ed una più congrua disciplina del referendum abrogativo), il “cittadino/elettore nella condizione di poter esprimere non solo il voto politico, che lo inserisce nel circuito dei partiti, ma anche la scelta della potenziale coalizione di governo che lo inserisce nel circuito istituzionale”. Perseguendo questa direzione si sarebbe potuta superare la crisi della democrazia italiana, colmando sia un deficit di partecipazione del corpo elettorale sia un deficit di legittimazione dei nostri rappresentanti ed assicurando maggiore funzionalità alle istituzioni repubblicane. Ruffilli, infatti, che non amava l’ingegneria istituzionale né le formule astratte slegate dalle reali esigenze dei cittadini, collegava fortemente l’efficienza e la trasparenza delle istituzioni al loro carattere di istituzioni giuste e solidali, a garanzia degli ultimi e della povera gente.

Ricordare oggi Roberto Ruffilli è doveroso oltre che utile.

Doveroso perché la società italiana non dimentichi e coltivi la memoria di un politico mite e tollerante, sempre disponibile al confronto e ad ascoltare le “ragioni  degli altri”, dalla raffinata intelligenza posta al servizio del bene comune ed espressione della cultura politica del cattolicesimo democratico, che negli anni precedenti aveva visto uccise le sue figure migliori, come Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Vittorio Bachelet.

Utile perché offre alle forze politiche di questo Paese spunti ancora validi per superare lo scollamento ormai cronico fra partiti e società civile e per rispondere alle pressanti domande di libertà, partecipazione, giustizia ed equità dei cittadini.